Arezzo che resiste

Perché il futuro di Arezzo è nel passato

Guardare avanti vuol dire portarsi dietro le tracce che hai percorso.
Così la nostra città, oggi spersonalizzata e senza identità, dovrebbe ricercare nelle piccole cose del passato la forza per proiettarsi nel futuro.

Con questa premessa visito il negozio di Gianni Rossi, che definirlo antiquario è riduttivo. E’, infatti, una memoria storica della tradizione aretina, un giocoliere delle cose passate, l’ultimo dei mohicani tra i sognatori.

1La sua bottega a ridosso di Piazza Grande e all’inizio di Borg’unto è una vera delizia per gli occhi.

Gli chiedo: Ma come fai a sopravvivere in questa realtà di franchising, di kit standardizzati, di Amazon?

Forse per amore del mio lavoro – mi risponde.

Già, in Piazza Grande dal 1983, impara da Pizzico, un antiquario storico della piazza, i segreti del mestiere.

Lascia gli studi di medicina oramai in stadio avanzato e inizia il suo percorso alla ricerca delle cose del passato. Nella sua bottega trovi le cose più particolari ed originali, anche quelle che vengono considerate piccoli kitsch.

Vedi mi dice, questo è un vecchio playboy.
Da ragazzi noi guardavamo solo le figure.
In realtà ci scrivevano autori famosi come Updike, Gabriel García Márquez Wallace, Heller ma anche autori italiani come Pasolini.

librettoPoi tira fuori un libretto di circolazione del matematico aretino Francesco Severi, una delle figure più rilevanti dell’ambiente matematico italiano ed internazionale della prima metà del xx secolo.

Si entusiasma quando mi illustra i muri della sua bottega con una parte etrusca ed una romana che per una serie di motivazioni geotermiche la parete resta tiepida in ogni stagione.

Tocca, tocca – mi dice – vedendomi stupito.
E cavolo, in quella zona il muro è veramente tiepido!

Dal soffitto pendono decine di oggetti di tutti i tipi: tricicli, chiavi, seghe, oggetti magici.

In una parete c’è una bella foto con il nostro Gianni con accanto Benigni, al tempo che girava in Piazza la sua “vita è bella”.

  • Che ne pensi della fiera antiquaria oggi?
  • Spesso danno la colpa che piove sempre – ride – per giustificare i magri risultati. in realtà ci sarebbe bisogno di rivitalizzarla con un approccio nuovo al mercato perché quella attuale è datata.

gianni-benigniGianni Rossi è veramente l’ultimo dei mohicani.
Oramai è un tutt’uno con gli oggetti del suo negozio.

Ma Gianni non ama solo il suo lavoro ma anche la città.
E la sua curiosità è la miglior cura della fantasia.

Questo è un suo scritto, dove molti abitanti di San Lorentino in quel periodo ci si ritroveranno:

Era il freddo novembre del 1957 e lo scenario quello della sala biliardi del Bar Tripoli sito di fronte e fuori Porta S.Lorentino.

Tantissima gente e il fumo si affettava con il coltello: Lolo, un candido vecchietto nato nel 1874, anche quella sera era stato tra i più solerti e si era piazzato a sedere benissimo, di fronte e al centro del biliardo, con gli avambracci appoggiati sulla sponda e la punta del mento sul dorso di una delle due mani sovrapposte.

Va detto subito che la sfida a boccette in corso tra il Casalini e Paolone non era una di quelle di cartello, ma era equilibrata perchè il primo prendeva sei punti di vantaggio, si giocava di mille lire ogni “24”, si poteva scommettere anche “de fori” e la tensione era altissima.

Quattro  ore di gioco non erano bastate per capire chi tra i due avrebbe preso il sopravvento; il religioso silenzio della sala era rotto di tanto in tanto da bisbiglii o dall’inconfondibile voce del sellaino Piovischela:”Tancredi, portece un quartino con du’ cicceli” e il  bidello Buzzi:” A me un caffè al vetro, basso.”

Era passata mezzanotte da un pezzetto quando successe tutto in un battibaleno: Lolo alzò la testa, caricò rapidamente e bene il retrobocca e tirò un enorme scaracchio in mezzo al biliardo a tre dita dai birilli.

Gli astanti, increduli e inorriditi da una scena mai vista fino ad allora, in un  coro simultaneo:” Porca madosca… o che fe’ Lolo?”
Il vecchio rispose:”Oh… me pariva d’essere a la finestra!”
Dopo qualche mese Lolo morì ma la performance di quella sera lo fece passare agli annalidel Bar Tripoli.

Sì, proprio come l’indimenticato Gino Bartali, il vecchio campione onusto di gloria, che fu habitué del locale e amico intimo del titolare Secolo Imparati; mi ricordo che ancora negli anni settanta quando qualcuno prendeva posizione “a sedere di fronte e al centro del biliardo…”veniva subito apostrofato: ” Oh! ‘Un farè mica come el poro Lolo eh?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luciano Petrai
Di professione “curioso”, ha attraversato negli anni ’80 le speranze ecologiste collaborando attivamente con gli Amici della Terra – Italia. Ha cavalcato le delusioni politiche e sociali attraverso una buona dose di auto-ironia e di sarcasmo. Attualmente fa parte della redazione del periodico “Essere” ed esprime note e lazzi in una frequentata pagina facebook ( che usa soprattutto per cuccare). Ed ora l’esperienza ne “L’ortica” per continuare a pungere divertendosi.

2 COMMENTI

  1. Ha talmente amore per il proprio lavoro da rinunciare anche alle ferie: presente tutti i giorni dell’anno. Gli fa sponda il suo “maestro”, Pizzico, con i suoi ottantaquattr’anni anche lui sempre in bottega. Sono fari di una civiltà che io credo (e spero) destinata a durare: oltre le crisi, le mode, i mercatini…

  2. L’aneddoto del bar Tripoli che nonostante la mia purosangue aretinità non conoscevo, trovo che sia meraviglioso per come successo, trasuda bontà negli animi degli astanti, si perché oggi una scena simile sarebbe finita in violenta rissosità, invece all’epoca poteva terminare semplicemente con due “vaffa”… Rimpiango dai racconti che sento e leggo, tra i quali posso annoverare adesso anche questo, di non aver potuto vivere, causa la mia età, quell’epoca, o meglio varie epoche passate della nostra città; spicca il periodo 1950-1970 secondo me: apoteosi di voglia di vivere, di rinascere, di volercela fare e farcela. La guerra aveva lasciato alle spalle la distruzione ma gli aretini (come mi pare proprio tutti gli italiani) si lasciarono alle spalle tutto, rinascere la parola chiave! Quanta vita, quanta bellezza pur nella povertà. Le parole con cui l’aneddoto è stato riportato sono fini e cesellate, senza perdere la veracità aretina. Viva Arezzo!

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