Quasi 300mila euro pubblici per Arezzo Wave e, secondo una segnalazione arrivata alla redazione dell’Ortica, poco pubblico sotto il palco. La cifra è reale, ma il collegamento diretto con i concerti del festival 2026 non lo è: i 295.796,15 euro individuati negli atti della Regione Toscana sono destinati ad ARIA di Musica – Arezzo Rock Italian Academy, un progetto di formazione e residenza artistica promosso dalla Fondazione Arezzo Wave Italia.
La Fondazione compare infatti nella graduatoria del bando regionale PR FSE+ per le residenze artistiche musicali con il progetto ARIA di Musica e quell’importo finanziabile. Lo documentano il decreto regionale 25840/2025, allegato D e il successivo atto di assegnazione e impegno delle risorse. Le annualità previste sono il 2026 e il 2027: non si tratta dunque di 300mila euro versati per organizzare tre serate di musica.
Per chiarire la questione L’Ortica ha contattato Mauro Valenti, presidente della Fondazione Arezzo Wave Italia, che ha fornito una risposta scritta sui costi dell’ultima edizione del festival.
«Per quanto riguarda il festival, la Regione Toscana ha concesso un contributo di 25.000 euro. Per avviare la procedura di pagamento abbiamo trasmesso una prima dichiarazione di spesa pari a 31.300 euro, suddivisa per macro-voci», spiega Valenti.
Il conto non è ancora chiuso: «Restano da contabilizzare circa 15.000 euro di ulteriori costi che la Fondazione Arezzo Wave Italia ha preso in carico». Sommando le spese già dichiarate e quelle ancora da contabilizzare si arriva a circa 46.300 euro di costi provvisori. Non è un consuntivo definitivo, né significa che ogni voce sia stata già rendicontata e liquidata.
E il Comune di Arezzo? Valenti afferma che non sia arrivato alcun contributo economico comunale per questa edizione: «Si tratta di spese che avevamo previsto di coprire anche grazie al contributo del Comune di Arezzo, che non è arrivato e che quindi sono rimaste a carico della Fondazione». E conclude: «Per Arezzo Wave non ne è stato impiegato neanche un euro». È una dichiarazione della Fondazione, da distinguere dai dati amministrativi che la redazione ha verificato direttamente.
Valenti ricorda inoltre che il festival si regge anche sul lavoro, in larga parte non retribuito, dello staff e dei responsabili regionali e sulla disponibilità di artisti che partecipano gratuitamente o a condizioni agevolate. Quanto all’affluenza, sottolinea che l’ingresso è gratuito e che l’obiettivo non è il botteghino, ma offrire spazio agli emergenti. Il percorso, aggiunge, comprende oltre quaranta selezioni in Italia e avrebbe generato più di 700mila visualizzazioni online. Questi ultimi sono dati comunicati dall’organizzatore, non misurazioni verificate autonomamente dalla redazione.
Quanto ad ARIA di Musica, Valenti descrive un percorso svolto tra febbraio e ottobre con quattro sessioni, 26 giornate, 208 ore di attività e 18 giovani artisti selezionati, concluso con una presentazione pubblica sul palco del festival. Proprio quella presenza sullo stesso palco può aver favorito la confusione fra finanziamento alla formazione e contributo ai concerti.
Una richiesta di chiarimento sull’impiego dei fondi pubblici è legittima; altrettanto necessario è non sommare progetti e bilanci differenti. I soldi pubblici non diventano tutti la stessa cosa soltanto perché finiscono nella medesima discussione, magari con l’efficace etichetta delle «300mila cucuzze».
Valenti si è detto disponibile a fornire anche un riepilogo delle spese del festival per categorie. La questione suggerisce poi un approfondimento più ampio: quali risorse pubbliche ricevono le principali manifestazioni culturali aretine e con quali criteri possono essere confrontate? È un tema che merita documenti omogenei, non classifiche costruite mescolando costi, contributi e risultati diversi.
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