Ad Arezzo si può non finanziare un festival, non utilizzare il suo marchio e continuare a possederne la metà. Non è un indovinello da settimana enigmistica: è l’ultimo capitolo dei rapporti tra Comune e Arezzo Wave. Stavolta Mauro Valenti ha deciso che basta così e chiede formalmente la restituzione della quota comunale del marchio.
Il comunicato della Fondazione Arezzo Wave Italia arriva dopo la lettera del 28 ottobre con cui l’assessora alla Cultura Natalie Dentini ha risposto all’interrogazione consiliare del 14 agosto sul quarantennale del festival. Settantacinque giorni di attesa: nel frattempo la musica è partita, è finita ed è già tornato il silenzio.
Il marchio: 75 euro all’anno per tenersi mezzo Arezzo Wave
Dentini mette nero su bianco le cifre: il Comune possiede il 50% del marchio, il cui rinnovo decennale costa complessivamente 1.500 euro. La metà comunale è di 750 euro in dieci anni, ossia 75 euro l’anno. Non esattamente una voragine nei conti pubblici: meno del prezzo di qualche cena, senza nemmeno la musica dal vivo.
Per l’assessora la comproprietà testimonia un legame storico, ma non obbliga il Comune a finanziare le iniziative. Per Valenti, invece, se l’amministrazione non sostiene il festival e non utilizza il marchio, tanto vale restituirlo. Il problema, insomma, non è il costo della registrazione: è sapere che cosa si vuole fare di quel nome.
Quindicimila euro e due versioni che non suonano insieme
Il Comune ha negato il contributo di 15.000 euro richiesto per le celebrazioni del quarantennale. Dentini spiega che la Fondazione Guido d’Arezzo, riunitasi il 21 settembre, non aveva ricevuto una proposta progettuale valutabile: secondo la sua lettera mancavano un piano economico delle spese, una programmazione artistica sufficientemente documentata e i curricula degli artisti. Il diniego sarebbe stato comunicato con una lettera del 25 settembre.
Valenti ribatte che il 16 agosto aveva inviato una mail con le iniziative previste, dal festival alla mostra fino al murale, seguita da incontri e telefonate. Sostiene inoltre che una risposta promessa per il 21 settembre non sia arrivata e che la decisione sia emersa solo dopo una visita di persona, a ridosso degli eventi.
Qui l’ironia può anche accomodarsi in fondo alla sala: per stabilire che cosa fosse stato davvero consegnato e con quali dettagli servono la mail completa, gli eventuali allegati e le comunicazioni successive. Sapere che una proposta è stata inviata non equivale, da solo, a dimostrare che contenesse tutta la documentazione richiesta. Ma sostenere che non esistesse una proposta e sostenere che fosse insufficiente sono due cose diverse.
La guerra dei loghi: il Comune c’è, ma non dappertutto
Un altro fronte riguarda il logo di Palazzo Cavallo. Dentini contesta la scarsa presenza del simbolo comunale nei materiali di ARÌA di Musica e la sua assenza da quelli del festival. Valenti replica mostrando la locandina della residenza artistica: il logo del Comune di Arezzo, in quel materiale, compare effettivamente tra i patrocini.
Questo prova la presenza del logo su quella locandina, non su ogni materiale prodotto. La stessa assessora ricorda che il Comune ha concesso ad ARÌA il patrocinio e l’uso gratuito del Teatro Tenda, e sostiene che anche le serate del festival del 2 e 3 ottobre abbiano beneficiato della struttura, pur non essendo comprese nella delibera di patrocinio. La Fondazione distingue invece i due progetti e dice di non aver usato il logo comunale sui manifesti del festival perché il Comune non lo ha finanziato.
Insomma, tra patrocinio, uso degli spazi e contributi diretti, il rischio è fare un bel minestrone. Senza nemmeno un palco su cui servirlo.
I 295.796 euro non sono il finanziamento del festival
Nella risposta Dentini richiama anche i 295.796,15 euro ottenuti da ARÌA di Musica tramite il programma FSE+. È un finanziamento per la residenza artistica e formativa, a copertura delle spese ammissibili del progetto, non un assegno di quasi 300.000 euro alle serate di Arezzo Wave. L’Ortica lo aveva già chiarito nell’approfondimento sui finanziamenti.
L’assessora fa notare che programmi, incontri e alcuni artisti dei due progetti si sono intrecciati. È una circostanza da considerare quando si ricostruiscono attività e costi, senza per questo confondere automaticamente le due voci di finanziamento.
Il «can dall’agli» e la domanda che resta
Valenti chiude con un’espressione del babbo: il Comune si comporterebbe come il «can dall’agli», che non mangia e non fa mangiare. Il riferimento è chiaro: non finanzia Arezzo Wave, ma si tiene la metà del nome.
Dentini, dal canto suo, rivendica criteri di merito, sostenibilità e ricaduta sul territorio, non rendite di posizione maturate per anzianità. È un principio che vale per Arezzo Wave come per ogni altra manifestazione. Ma proprio per questo è interessante confrontare progetti, risorse assegnate e risultati, come L’Ortica sta facendo nell’inchiesta sui marchi culturali aretini.
Adesso la Fondazione domanda indietro il 50% del marchio. Non risulta ancora una risposta del Comune a questa richiesta specifica.
Il festival può piacere o non piacere, essere finanziato oppure no. Ma dopo quarant’anni sarebbe utile capire se Palazzo Cavallo vuole fare qualcosa con quella metà di Arezzo Wave o conservarla come un soprammobile. Perché i marchi si possono anche mettere nel cassetto. La musica, di solito, da lì si sente poco.
Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali e dichiarazioni attribuite ai rispettivi protagonisti.


