È tornata la stagione dei funghi e, puntuale come l’umidità nel bosco, è tornata anche un’altra specie ormai diffusissima: il fungaiolo social. Quello che non si limita a trovare un porcino, ma sente il dovere civico di mostrarlo a mezzo mondo, possibilmente tenendolo in mano come una Coppa dei Campioni.
Una volta il cavatore vero aveva due regole: conoscere il bosco e non dire a nessuno dove era stato. Se gli chiedevi dove aveva trovato i porcini, la risposta più precisa era: “in giro”. Oggi invece abbiamo coordinate, video, cestini, tavolate, primi piani, panoramiche e, se la connessione regge, manca poco alla diretta dal castagno.
Il rito è ormai codificato. Foto del paniere alle otto del mattino. Video del “bottino” alle nove. Tavolata alle tredici. Alle quattordici parte il campionato mondiale del commento: “Grande!”, “Che spettacolo!”, “Annata eccezionale!”. Il porcino, poveraccio, è diventato un influencer senza aver firmato neppure un contratto.
Il problema è che, ogni tanto, insieme all’orgoglio del cercatore finiscono sui social anche dettagli meno celebrativi. In certe immagini si vedono funghi che sembrano parecchio piccoli, cestini che paiono usciti dal magazzino generale dei porcini e raccolte talmente generose da far venire almeno una domanda: siamo ancora nel raccolto personale o è partita una succursale del mercato ortofrutticolo?
Le regole, infatti, esistono. In Toscana il limite ordinario di raccolta è di tre chili al giorno per persona, salvo specifiche eccezioni previste dalla normativa. Per i porcini del genere Boletus, sezione Edules, è vietata la raccolta quando il cappello è inferiore a quattro centimetri. Nei parchi, nelle riserve e in altre aree protette o regolamentate possono inoltre esserci ulteriori limiti, divieti o autorizzazioni specifiche.
Questo naturalmente non significa che ogni foto con un cesto abbondante dimostri una violazione: potrebbe trattarsi del raccolto di più persone, di una delle eccezioni previste o semplicemente dell’effetto prospettiva, che sui social riesce a ingrandire contemporaneamente porcini, ego e pescato del giorno. Ma un principio elementare rimane: se metti tutto in vetrina, poi non puoi stupirti se qualcuno guarda anche l’etichetta.
E qui emerge la differenza tra il vecchio cavatore e il nuovo professionista del like. Il primo conosce sentieri, stagioni, piante e fungaie, raccoglie quello che deve e torna a casa. Il secondo deve produrre prove audiovisive della propria grandezza micologica. Non gli basta trovare il fungo: serve che altri sappiano che lui ha trovato il fungo.
Nel frattempo il bosco, che avrebbe già abbastanza problemi senza essere trasformato in uno studio televisivo, assiste in silenzio. Tra chi entra dove non dovrebbe, chi rischia su terreni difficili pur di arrivare prima degli altri e chi sembra considerare ogni porcino appena nato una proprietà personale, la febbre della raccolta può diventare qualcosa di meno romantico della passeggiata autunnale raccontata su Facebook.
I controlli esistono, ma il territorio è vasto e non possono essere dietro ogni castagno o faggio. Forse è anche per questo che certi cercatori mostrano con una certa serenità raccolte che, almeno a prima vista, farebbero venire voglia di tirare fuori il metro e la bilancia invece del pollice alzato.
La morale, ammesso che serva una morale mentre mezzo Facebook frigge cappelle di porcino, è semplice: il vero cavatore non ha bisogno di incensarsi. Trova, raccoglie, rispetta il bosco e soprattutto custodisce il segreto. Quello social, invece, se potesse metterebbe il geotag anche alla fungaia. Poi magari si lamenta perché l’anno dopo ci trova ventisette persone e un drone.
Questo articolo usa l’ironia per commentare comportamenti reali e le norme che regolano la raccolta dei funghi.


