Un uomo condannato in via definitiva per aver tentato di uccidere la moglie è stato licenziato dall’azienda per cui lavorava. Fin qui, uno potrebbe perfino pensare che la realtà abbia conservato qualche collegamento con il buonsenso. Il problema è che la ditta avrebbe aspettato sette mesi prima di consegnargli il benservito.
E così, ad Arezzo, anche un licenziamento motivato da una condanna per tentato omicidio è riuscito a inciampare nel cartellino: causa giusta, orario sbagliato.
La vicenda comincia il 12 dicembre 2022, a Pozzo della Chiana, quando l’uomo aggredì la moglie colpendola ripetutamente alla testa con un martello. La donna, trasportata in codice rosso all’ospedale di Siena, riuscì a salvarsi. Il marito venne arrestato e successivamente condannato per tentato omicidio a tre anni e mezzo, da scontare ai domiciliari. In un procedimento distinto fu invece assolto dall’accusa di maltrattamenti perché il fatto non sussiste. Il precedente procedimento è riportato anche dal Corriere di Arezzo.
Quando la condanna per il tentato omicidio diventò definitiva, l’azienda decise di licenziarlo per giusta causa. Una decisione comprensibile, direbbe perfino quello che al bar ordina il cappuccino dopo mezzogiorno. Peccato che, secondo la sentenza del Tribunale civile di Arezzo, la società fosse pienamente a conoscenza della condanna già dal marzo 2025 e abbia aspettato fino a ottobre per procedere.
Sette mesi: abbastanza per cambiare stagione, automobile e password del computer, ma evidentemente troppi per licenziare disciplinarmente un dipendente.
L’uomo ha quindi impugnato il provvedimento. Il giudice Giorgio Rispoli ha riconosciuto che la condanna poteva costituire un valido motivo per interrompere il rapporto, ma ha ritenuto il licenziamento privo del requisito dell’immediatezza.
In sostanza, la giusta causa c’era, ma aveva perso l’autobus.
Il Tribunale ha dichiarato comunque risolto il rapporto di lavoro, condannando però la società a corrispondere all’ex dipendente un’indennità pari a otto mensilità, oltre a circa 4.000 euro di spese legali. Si tratta di una sentenza di primo grado.
Il principio applicato è quello della tempestività della contestazione disciplinare: un’azienda non può conoscere un fatto, tenerlo nel cassetto per mesi e utilizzarlo successivamente quando decide che è arrivato il momento. Il ritardo può infatti far credere al lavoratore che il rapporto proseguirà normalmente.
La conclusione è uno di quei capolavori che solo la burocrazia riesce a confezionare senza ridere: l’uomo non tornerà al lavoro, il licenziamento era sostanzialmente motivato, ma la ditta dovrà comunque pagarlo perché ha aspettato troppo.
Morale aretina della giornata: perfino davanti a una condanna per tentato omicidio bisogna guardare il calendario. Perché la giustizia sarà pure lenta, ma pretende che l’ufficio del personale abbia riflessi da centometrista.
Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali. La satira riguarda il paradosso giudiziario e amministrativo, non la violenza subita dalla donna.


