Ad Arezzo il caffè resiste, il bar un po’ meno. Tra il 2019 e il 2025 nel capoluogo sono spariti 75 bar, il 22,03% del totale. In tutta la provincia le chiusure sono state 142, pari al 16,03%. Numeri diffusi da Confesercenti Arezzo in occasione della Giornata Mondiale del Caffè, giusto per accompagnare l’espresso con un retrogusto di desertificazione commerciale.
Il fenomeno non è soltanto aretino. Nello stesso periodo in Toscana sono venuti meno 1.716 bar, con un calo del 16,3%, mentre in Italia le imprese del settore sono passate da 169.839 a 145.766: 24.073 attività in meno, pari al 14,2%. Nei capoluoghi la sforbiciata è stata ancora più pesante, con una flessione del 15,6%.
In Toscana anche la densità dei bar è scesa: da 2,8 a 2,4 esercizi ogni mille abitanti, sotto la media nazionale di 2,5. E i primi dati, ancora non completi, indicano che la tendenza negativa starebbe proseguendo anche nel 2026. Insomma, prima spariva il negozio sotto casa. Ora rischia di sparire pure quello dove andavi a lamentarti della sparizione del negozio sotto casa.
Secondo Mario Landini, presidente provinciale di Confesercenti Arezzo, la chiusura di un bar non significa soltanto una serranda abbassata: comporta meno acquisti dai fornitori, meno occupazione, meno reddito prodotto sul territorio e un indebolimento della vita sociale dei quartieri e dei piccoli centri.
Confesercenti stima che la ricchezza perduta per effetto delle chiusure ammonti a 23 milioni di euro nel comune di Arezzo, 43 milioni nell’intera provincia e 575 milioni in Toscana. A livello nazionale, l’impoverimento stimato tra il 2019 e il 2025 supera i 7,2 miliardi di euro.
La questione, del resto, è abbastanza semplice da capire anche senza un master in economia urbana: tutti conoscono un bar che era un punto di ritrovo. Quello dove si leggeva il giornale, si litigava sul calcio, si sapevano le notizie del quartiere prima dei giornali e, nei casi più evoluti, si prendeva perfino un caffè.
Claudio Giorni, imprenditore Fiepet Confesercenti in Valtiberina, indica tra le cause della crisi l’aumento dei costi di energia, materie prime e affitti, il calo del potere d’acquisto delle famiglie e il peso del costo del lavoro. A questo si aggiungono i cambiamenti successivi al Covid: smart working, minori flussi quotidiani nei centri urbani, consumi distribuiti diversamente durante la giornata, concorrenza della grande distribuzione e servizi di consegna a domicilio.
Ma Giorni ricorda anche che il mestiere conserva un valore che nessuna app di delivery è ancora riuscita a infilare dentro una busta: il rapporto con il cliente. Per un bar, sostiene, non bastano arredamento, menù ed eventi. Conta soprattutto la capacità di chi lavora dietro il bancone di creare relazione e fiducia.
Landini rilancia infine l’allarme sulla contrazione delle attività di prossimità e invita commercianti e cittadini a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Confesercenti per il commercio di vicinato. Perché un bar resta un’impresa, ma anche un presidio sociale. E quando chiude, il problema non è soltanto trovare un altro posto per il cappuccino: è capire cosa resta acceso nel quartiere dopo che si spegne l’insegna.
Questo articolo usa l’ironia per commentare dati e dichiarazioni reali diffusi da Confesercenti Arezzo.


