Introduzione a cura della redazione.
Li pubblichiamo da anni. A centinaia. E sarebbe bello poter dire che, con l’esperienza accumulata, ormai abbiamo capito perfettamente i manifesti di Filippo Nibbi.
Sarebbe bello. Ma sarebbe anche falso.
Tornano dunque i “Manifesti & Manifeste”, quelle composizioni nelle quali fotografia, citazioni, giochi di parole, associazioni imprevedibili e pensieri apparentemente lontanissimi vengono messi nella stessa stanza e lasciati liberi di arrangiarsi.
Nei quattro nuovi lavori c’è praticamente tutto.
C’è la fine del mondo affrontata con mosche soldato, moschetti, giardinieri e fioretti. Perché quando l’Apocalisse arriverà, evidentemente, il problema principale sarà non confondere entomologia, armi da fuoco e scherma.

C’è poi “Da una famiglia ebraica”, costruito attorno a un’immagine forte e alla frase: “Bisogna essere molto forti per amare la solitudine”. Qui il registro diventa inevitabilmente più delicato: immagine e parole vengono accostate dall’autore e lasciate all’interpretazione di chi guarda, senza bisogno di aggiungerci sopra una seconda mano di vernice editoriale.

Poi arriva “Ho la sciatica”. Titolo che promette una visita dall’ortopedico e invece propone una casa aggrappata alla montagna accompagnata da una frase sul successo, la sconfitta e il coraggio di continuare.
Non sappiamo se la casa abbia la sciatica. A guardarla, qualche problema alla schiena potrebbe averlo.

Infine c’è “WC”, dove l’aeroporto intitolato a Silvio Berlusconi, Malpensa, una vignetta e una citazione attribuita a Jean-Paul Sartre finiscono nello stesso manifesto. Un incontro che probabilmente non era stato previsto né dalla filosofia francese né dall’aviazione civile.

Cercare una morale comune ai quattro lavori sarebbe probabilmente l’errore.
I manifesti di Nibbi funzionano da tempo proprio così: si guardano, si leggono, si resta qualche secondo in silenzio e infine ciascuno decide autonomamente se ha capito qualcosa.
Noi, dopo centinaia di pubblicazioni, siamo ancora felicemente in fase di studio.
E forse è proprio questo il bello.


