C’è una parte dell’esperienza umana che la medicina ha a lungo osservato soprattutto ai margini: il bisogno di senso, i valori, le relazioni, la capacità di meditare, sperare, creare e sentirsi parte di qualcosa che supera il singolo individuo.
Su L’Ortica ne avevamo già parlato nel 2024, nell’articolo “Spiritualità determinante di salute e di longevità”. A distanza di oltre due anni vale la pena tornarci, ma con una distinzione necessaria: una cosa è la riflessione filosofica su ciò che chiamiamo “spirito”, un’altra è ciò che la ricerca scientifica riesce effettivamente a misurare.
Spiritualità non significa necessariamente religione
Nella letteratura medica e psicologica contemporanea la spiritualità viene spesso considerata in senso più ampio rispetto alla fede religiosa. Può comprendere la ricerca di significato e di scopo, il rapporto con gli altri, il senso di appartenenza, la dimensione trascendente e, per chi crede, anche la religione.
Questo non significa che la scienza abbia dimostrato l’esistenza di uno “spirito” separato dal corpo. Significa, più semplicemente, che esperienze e pratiche definite spirituali possono essere studiate per i loro rapporti con il benessere psicologico, la qualità della vita, la capacità di affrontare una malattia e alcuni esiti di salute.
Una revisione pubblicata su JAMA nel 2022 ha esaminato la letteratura scientifica disponibile sulla spiritualità nella salute e nelle malattie gravi, concludendo che questa dimensione può avere un posto nell’assistenza centrata sulla persona. Studi e revisioni successive hanno continuato a indagare meditazione, preghiera, pratiche contemplative e sostegno spirituale, trovando in alcuni contesti associazioni favorevoli con ansia, qualità della vita e gestione della malattia. Sono risultati interessanti, ma non autorizzano scorciatoie: associazione non significa automaticamente causa, né la spiritualità può essere presentata come una terapia capace da sola di allungare la vita.
E la longevità?
Anche il rapporto tra spiritualità, religiosità e sopravvivenza è oggetto di studio. Alcune ricerche osservazionali hanno rilevato associazioni tra partecipazione religiosa o dimensione spirituale e minore mortalità in determinati gruppi. Ma entrano in gioco molti fattori difficili da separare: relazioni sociali più solide, minore isolamento, stili di vita, supporto della comunità, condizioni economiche, salute mentale e comportamenti individuali.
Per questo è più corretto dire che la spiritualità può essere una componente del benessere e della vita relazionale, non che sia stato dimostrato un rapporto diretto e universale di causa-effetto con la longevità.
Che cosa dice davvero l’OMS
Qui serve una precisazione importante. La definizione costituzionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a descrivere la salute attraverso il benessere fisico, mentale e sociale, oltre la semplice assenza di malattia.
La possibilità di aggiungere esplicitamente una dimensione spirituale fu discussa già negli anni Novanta, ma quella modifica non è entrata nella definizione costituzionale oggi in vigore.
La spiritualità, però, non è scomparsa dal lavoro dell’OMS. Nel quadro globale dedicato al benessere, sviluppato negli ultimi anni, l’Organizzazione parla di una visione positiva della salute che integra dimensioni fisiche, mentali, psicologiche, emotive, spirituali e sociali. È un passaggio significativo, ma diverso dal dire che l’OMS abbia già riscritto formalmente la propria definizione di salute.
Dalla materia all’esperienza umana
Il cervello, il sistema nervoso, il sistema endocrino e il resto dell’organismo sono fatti di materia e funzionano grazie a processi biologici. Da questa attività emergono pensieri, emozioni, memoria, linguaggio, creatività e relazioni.
Le neuroscienze possono studiare molti correlati biologici della meditazione, dello stress, delle emozioni e delle esperienze spirituali. Possono osservare circuiti cerebrali, risposte del sistema nervoso autonomo, modificazioni ormonali e comportamenti. Non possono invece risolvere con un esame di laboratorio domande filosofiche come che cosa sia lo spirito o se esista una dimensione trascendente indipendente dalla materia.
Possiamo dunque considerare la spiritualità una dimensione dell’esperienza umana, presente anche al di fuori della religione, senza trasformare questa affermazione in una certezza biologica che la ricerca non ha ancora dimostrato.
Dall’io al noi
Il punto forse più concreto riguarda il passaggio dall’io al noi. Dare significato alla propria vita, coltivare relazioni, sentirsi parte di una comunità, dedicare tempo agli altri, meditare o vivere una fede possono avere effetti sul modo in cui affrontiamo stress, solitudine, malattia e invecchiamento.
È qui che spiritualità e salute possono incontrarsi senza bisogno di confondere scienza e metafisica. La prima misura ciò che può essere osservato; la seconda continua a porre domande che accompagnano l’essere umano da sempre.
Noi non siamo soltanto la somma dei nostri organi. Ma proprio perché la materia umana è capace di pensiero, coscienza, relazione e ricerca di significato, resta ancora moltissimo da capire. Ed è probabilmente questa la parte più interessante: continuare a cercare senza trasformare le domande in risposte già confezionate.
Fonti di riferimento


