🍷 Il calice amaranto
Opinioni, impressioni e analisi sul mondo dell’Arezzo calcio viste dalla parte del tifoso. Una rubrica di Cesare Fracassi, tra campo, mercato e passione amaranto.
Ho preso una decisione importante: non andrò più alle conferenze stampa.
Lo faccio soprattutto per il bene della categoria. Non essendo pubblicista, giornalista e nemmeno giornalaio, rischiavo infatti di abbassare pericolosamente il livello professionale della sala facendo domande che avevano addirittura a che fare con il calcio.
Dopo settant’anni passati a vedere palloni rotolare, allenatori cambiare, presidenti promettere, centravanti sbagliare gol impossibili e tifosi bestemmiare quello che tre giorni prima consideravano un fenomeno, ho finalmente capito di essere un elemento estraneo.
Il mio posto naturale probabilmente non è davanti a un microfono, ma a un tavolino da bar con davanti un babà ben zuppo.
In conferenza stampa esistono regole non scritte che evidentemente mi sfuggono.
Si può chiedere al mister che settimana ha passato. Come stanno gli infortunati. Che modulo adotterà. Che maglia metteremo domenica. Tra un po’, immagino, arriveremo anche al menù del pranzo: pasta in bianco per i terzini, pollo per il mediano e carboidrati controllati per chi deve fare la diagonale difensiva.
Poi c’è il livello superiore.
Quello dove una partita di Serie B può diventare improvvisamente l’occasione per attraversare la politica internazionale, la storia del Novecento, la filosofia greca e magari le conseguenze della battaglia di Campaldino sulla costruzione dal basso.
Io purtroppo non sono attrezzato.
Sono stato una “canaglia”, e per di più uno dei fondatori della Tuscar Canaglia. Una formazione culturale evidentemente incompatibile con certi ambienti.
Quando entro in una sala stampa mi viene ancora la tentazione di fare la cosa peggiore possibile: una domanda che possa mettere un po’ in difficoltà chi risponde.
Non per cattiveria. Per curiosità.
E magari perché ho sempre pensato che una conferenza stampa servisse anche a questo.
Ma posso essermi sbagliato.
Perciò mi ritiro.
Restituirò finalmente alla sala stampa quel clima sereno, levigato e senza spigoli che merita. Nessuna puntura, nessun piccolo casino, nessuna domanda fuori dal seminato.
Chiedo scusa anche al mister per la mia ignoranza e per qualche domanda forse inopportuna.
D’ora in poi seguirò tutto da una distanza di sicurezza, cercando possibilmente un bar fornito di babà.
Una cosa però deve essere chiara.
Dalle conferenze stampa posso anche sparire. Dall’Arezzo no.
E soprattutto non sparisce il Calice amaranto.
Quello continuerà a stare sull’Ortica, possibilmente pieno, perché dopo settant’anni di calcio ho imparato almeno una cosa: quando tutti raccontano la stessa partita nello stesso modo, qualcuno deve pur avere la maleducazione di averne vista un’altra.
Forza Arezzo.
Nota della redazione: questo articolo nasce da uno sfogo personale di Cesare Fracassi ed è scritto in chiave ironica. Non fa riferimento a episodi specifici con la società o con l’ufficio stampa dell’Arezzo, ma racconta il suo modo, molto poco diplomatico e molto “da tifoso”, di vivere le conferenze stampa.


