Ci sono invocazioni che, a forza di sentirle, diventano più fastidiose di un gol preso al novantesimo. Dalla tribuna, durante Arezzo-Ascoli, qualcuno ha gridato «Cavelo!», che in aretino significa «Toglilo!». Una sentenza sbrigativa, come se bastasse una parola per risolvere una partita.
E allora diciamolo: il «cavelo» è anche il «cavolo»! Ma invocare una sostituzione non significa aver capito la partita, e tanto meno suggerire una scelta migliore.
Il vero tifoso può infervorarsi, arrabbiarsi, abbattersi, patire, trepidare e finalmente gioire. Questo è il bello e il brutto del tifo. Ma quando si comincia a trasformare ogni scelta tecnica in un processo e ogni giocatore in un imputato, allora qualcosa non torna.
E vengo a un argomento che mi sta particolarmente a cuore: Emiliano Pattarello.
Lo dico subito, così ci capiamo: sono un suo estimatore e non cambio idea perché qualcuno, dopo venti minuti di partita, decide che non ha combinato nulla.
Vorrei ricordare a certi critici che entrare a gara in corso, contro un avversario organizzato e attento, non significa avere automaticamente la bacchetta magica. In venti minuti si può incidere, certo, ma bisogna anche vedere in quali condizioni si viene chiamati a farlo.
Contro l’Ascoli, nei tre palloni che gli sono arrivati, Pattarello si è trovato per due volte raddoppiato e in un’occasione addirittura accerchiato da quattro avversari. E questo dovrebbe far riflettere.
Se una squadra arriva a impiegare tanti uomini per fermarti, forse tanto scarso non sei!
Mister Tomei conosceva bene il pericolo. Lo aveva già imparato nella passata stagione, quando proprio Pattarello aveva sbloccato la partita al Del Duca.
Quando ti trovi davanti due, tre o quattro avversari, le possibilità sono poche: scaricare il pallone all’indietro oppure tentare uno dei tuoi strappi per saltare l’uomo. E Pattarello, quando può, ci prova.
C’è poi un particolare che qualcuno sembra non aver visto: con Emiliano in campo, Renzi ha potuto scendere per ben due volte sulla fascia. Perché gli avversari erano impegnati a controllare Pattarello e si sono aperti altri spazi.
Questo è calcio. Non soltanto quello che fa chi ha il pallone tra i piedi, ma anche quello che permette di fare ai compagni.
E allora, a chi vuole bene all’Arezzo ma passa il tempo a distribuire sentenze, mi viene da dire: state a casa, se proprio dovete, ma almeno guardatela bene, la partita! Guardate i movimenti, le marcature, gli spazi. E magari, prima di condannare qualcuno, contate fino a dieci.
Torniamo alla sfida con l’Ascoli.
Avevamo davanti una delle squadre migliori del momento, una formazione che si è permessa il lusso di lasciare inizialmente in panchina giocatori come Brunori, Gori e Milanese. E questo, da solo, dovrebbe bastare a far capire il valore dell’avversario.
Bucchi aveva preparato la partita con intelligenza. Ha scelto di limitare la rapidità di Silipo, chiedendo a Tavernelli un lavoro di sacrificio che inevitabilmente ne ha condizionato in parte la spinta offensiva.
Una scelta precisa, non un capriccio. Perché contro certe squadre non puoi pensare soltanto ad attaccare, devi anche impedire agli altri di fare quello che sanno fare meglio.
E Cerri? A mio avviso, proprio ieri ha dimostrato che con il pallone tra i piedi è un buon giocatore, capace di partecipare alla manovra e non soltanto di fare a sportellate davanti.
L’Arezzo ha messo in campo carattere, attenzione e spirito di sacrificio. Ha ottenuto il secondo pareggio casalingo, ma non si è limitato a difendere: in più occasioni ha saputo creare pericoli alla porta ascolana.
Certo, tutti vorremmo vincere sempre. Anch’io. Ma il campionato è difficile e non si affronta a colpi di mugugni, processi e sentenze.
Il tifo è passione, non un tribunale permanente.
Si può criticare Bucchi, si può discutere una sostituzione, si può preferire un giocatore a un altro. Ci mancherebbe. Ma bisogna farlo guardando la partita e riconoscendo anche il valore di chi abbiamo davanti.
Perché se vogliamo davvero bene all’Arezzo, il nostro compito è sostenerlo, soprattutto quando c’è da stringere i denti.
Quindi, per quanto mi riguarda, zitti tutti e andiamo avanti!
E quel «cavelo!» teniamocelo per quando serve davvero. Perché dalla tribuna si fa presto a togliere un giocatore; il difficile è capire quello che sta facendo in campo.
Cesare Fracassi
🍷 Il calice amaranto


