Dopo vari “pa” e “ba” che lasciavano presagire il meglio la prima parola che suo figlio disse fu “mamma”. Carlo era presente ma non se la prese. Lo sapeva. Gliel’avevano spiegato. Ci sperava in qualcosa di nuovo ma si disse che i bambini hanno tempi tutti loro.
La mamma, d’altronde, era contenta e a lui bastava anche se un pensiero cominciò ad assillarlo, rumoroso come una mosca, appiccicoso come una calamita.
«E il padre?»
La domanda gli scappò all’asilo. Sulla scheda d’iscrizione, alla voce “lingua madre”, la maestra aveva scritto: «Italiano».
«Come, scusi?» provò a chiedere la maestra.
«E il padre? La “lingua padre”… Quella che gli insegno io?».
La maestra sorrise. Aveva incontrato un genitore difficile. Ce n’erano, purtroppo. Bisognava lasciarli fare, far finta di ascoltarli e passare oltre.
Carlo, invece, aveva individuato una grave ingiustizia sociale. La conosceva quella parola, “madrelingua”. L’aveva anche usata. Non aveva mai riflettuto, però, sulla parola che non esisteva: “padrelingua”. Per forza: non esisteva! Ma ancora? Al giorno d’oggi? Con quante rivendicazioni c’erano state? Con tutti i passi avanti in direzione del benessere del nucleo familiare che il maschile era riuscito a fare? Era una discriminazione bella e buona!
Eccola, la mosca che gli ronzava intorno! L’aveva trovata.
«Io gli parlo dalla mattina alla sera», protestò quella sera con la moglie. «Gli spiego come funziona il mondo, gli insegno i nomi degli animali, gli racconto la storia romana».
«E lui chiama me quando ha paura del buio».
«Perché gli ho spiegato che il buio è un fenomeno fisico legato all’assenza di luce. Ma la scienza non sa cantare!».
La moglie pensò che quella storia si sarebbe sgonfiata nel giro di pochi giorni. Suo marito era sempre stato ragionevole!
Carlo, invece, decise di passare all’azione.
Scrisse all’Accademia della Crusca chiedendo il riconoscimento ufficiale della parola “padrelingua”. In alternativa, propose “genitorlingua”, che gli sembrava più inclusivo, anche se suonava come un farmaco contro la raucedine.
La risposta non arrivò mai.
Nel frattempo cominciò a correggere chiunque gli capitasse a tiro.
Al supermercato, quando la cassiera disse al bambino di chiedere alla mamma se voleva il sacchetto, Carlo intervenne: «E il padre? Sono diventato un articolo determinativo facoltativo?».
Al pediatra, che gli domandò quale fosse la lingua madre del bambino, rispose: «Italiano, con inflessioni paterne».
Il pediatra annotò qualcosa sulla cartella clinica.
A cena, poi, Carlo pretese che il figlio imparasse anche il lessico specifico della sua tradizione familiare: chiudere il rubinetto mentre ti lavi i denti, non si butta il pane, spegni la luce in corridoio e soprattutto queste sono cose da uomini.
«Vedi?» disse alla moglie. «Gli sto trasmettendo una lingua».
«Carlo, cos’è che non va?» rispose lei, sinceramente preoccupata.
Fu in quel periodo che fondò il Movimento per il Riconoscimento del Padrelingua. Preparò un logo, un manifesto, una pagina Facebook e un profilo Instagram. Il logo, prendendo a modello San Cristoforo, rappresentava un uomo con un bambino sulle spalle e una chiave inglese in mano, perché Carlo riteneva che la figura paterna fosse stata ingiustamente privata anche della propria simbologia.
Dopo i primi 100 contatti si ritenne soddisfatto.
«Le grandi rivoluzioni cominciano sempre da una minoranza», annunciò.
«Anche le riunioni di condominio», osservò la moglie.
Una sera Carlo si presentò a cena con un dizionario sotto il braccio.
«Da domani parleremo soltanto in padrelingua» disse al figlio.
«Che cos’è?»
«Una lingua antichissima, tramandata di padre in figlio».
«E come si dice ho fame?»
«Ho fame».
«E voglio la mamma?»
«Quella è un’espressione dialettale. Non è prevista nel programma».
«Allora non mi piace» rispose il bambino correndo dalla mamma.
«Ecco! È proprio questo il problema! Viviamo in una società bigotta che incoraggia il monopolio della madrelingua!» protestò lui buttando la pasta.
Fu arrotolando gli spaghetti che ebbe l’illuminazione. Vi erano altre ingiustizie oltre all’assenza della parola “padrelingua”. Nessuno aveva ancora inventato la parola “padrepulizie”, “padrelavastoviglie” e, soprattutto, “padrecheportaibambinialparco-invecedistarealtelefono”. Su quest’ultima avrebbe fondato un comitato internazionale.
Naturalmente dopo cena. Dopo aver finito di lavare i piatti.


