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Arezzo, due donne misteriose e un esercito di detective su Facebook: Halloween è già cominciato

Due segnalazioni a distanza di una settimana, un bambino aggredito sull'autobus e un ragazzo insospettito in via Garibaldi. Le madri raccontano con prudenza, i commentatori indagano, diagnosticano e qualcuno propone direttamente le botte.

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Arezzo, due donne misteriose e un esercito di detective su Facebook: Halloween è già cominciato

Due segnalazioni a distanza di una settimana, un bambino aggredito sull'autobus e un ragazzo insospettito in via Garibaldi. Le madri raccontano con prudenza, i commentatori indagano, diagnosticano e qualcuno propone direttamente le botte.

Ad Arezzo, alla vigilia di Halloween, non servono più fantasmi, streghe e case infestate. Bastano due segnalazioni su Facebook e la città si riempie di investigatori, criminologi, psichiatri e giustizieri. Tutti rigorosamente diplomati all’Università dei Commenti.

Le vicende sono distinte e non esiste alcun elemento verificato che consenta di attribuirle alla stessa persona. Ma per capire quanto sia facile trasformare una preoccupazione in un processo collettivo basta leggere ciò che è stato scritto sotto i due post del gruppo «Sei di Arezzo se…».

Prima apparizione: la donna di via Garibaldi

Il 22 ottobre una madre racconta che il figlio, all’uscita da scuola, sarebbe stato avvicinato in via Garibaldi, vicino al nuovo Centro per l’Impiego, da una donna che gli avrebbe chiesto prima del cibo e poi di accompagnarla al supermercato e in farmacia. Il ragazzo, a disagio, avrebbe finto di ricevere una telefonata per raggiungere l’automobile della madre.

La donna che ha scritto il post è prudente: non conosce la sconosciuta e non pretende di sapere quali fossero le sue intenzioni. Vorrebbe soltanto mettere in guardia gli altri genitori.

Nei commenti la prudenza dura pochissimo. C’è chi riconosce, o crede di riconoscere, qualcuno già incontrato altrove; chi ipotizza una famiglia che chiede l’elemosina; chi racconta richieste di denaro nei parcheggi. E c’è persino chi immagina complici nascosti, pronti a rubare automobili o borse. Ipotesi, naturalmente, senza prove che le colleghino all’episodio.

Con un po’ di pazienza arriveranno anche i rilievi della scientifica, probabilmente eseguiti con la lente d’ingrandimento dello smartphone.

Seconda apparizione: la donna sull’autobus

Il 29 ottobre, sempre su Facebook, arriva il racconto di una vicenda molto più grave. Una madre riferisce che il figlio di tre anni e mezzo è stato colpito alla testa da una passeggera mentre si trovavano su un autobus della linea C.

Questa volta non si tratta soltanto di una segnalazione social. L’episodio è stato ripreso dai giornali locali: il bambino è stato visitato al pronto soccorso e sta bene; la madre si è poi rivolta alla Polizia. La sua richiesta, riportata anche dalla stampa, è che la donna coinvolta riceva aiuto e che si intervenga per evitare altre aggressioni.

Quando c’è di mezzo un bambino aggredito non c’è niente da ridere. E la madre, che avrebbe più di una ragione per essere furiosa, mostra una lucidità che merita rispetto: chiede sicurezza per il figlio e assistenza per chi lo ha colpito.

La sezione commenti apre il tribunale

Sotto il racconto, molti consigliano giustamente di rivolgersi alle forze dell’ordine e di far visitare il piccolo. Qualcuno invita a verificare l’esistenza delle telecamere sull’autobus. Sono suggerimenti comprensibili, anche se nel frattempo la madre ha già raccontato di essersi attivata.

Poi arriva la giustizia rapida. C’è chi propone di prendere a botte la donna, chi scrive che l’avrebbe «distrutta» e chi suggerisce di «tritarla». Tutto questo, naturalmente, in nome della sicurezza e della civiltà.

Un sistema penale innovativo: prima la sentenza, poi eventualmente si accertano i fatti. Se avanza tempo, si controlla pure se la persona abbia bisogno di cure.

Altri, con la medesima sicurezza, formulano diagnosi a distanza. Facebook, del resto, è l’unico ambulatorio dove non servono visita, anamnesi e specializzazione: basta aver letto quattro righe e possedere una tastiera.

Le donne misteriose e il mistero vero

Che le due donne siano la stessa persona? Non lo sappiamo, e le informazioni disponibili non consentono di dirlo. Le descrizioni e le circostanze sono diverse. Accostare le segnalazioni non significa collegare le persone.

Il punto, semmai, è un altro. Da una parte ci sono due madri che raccontano situazioni preoccupanti senza invocare una caccia alle streghe. Dall’altra, una parte del pubblico social che pare aspettare soltanto l’occasione per indossare contemporaneamente toga, camice bianco e manganello.

Arezzo ha bisogno che le segnalazioni vengano ascoltate, che i fatti siano verificati, che i bambini siano protetti e che eventuali situazioni di fragilità siano affrontate dai servizi competenti. Non di indagini condotte a colpi di «secondo me» e condanne pronunciate dal divano.

Per Halloween, dunque, la maschera più diffusa non sarà quella della strega. Sarà quella del detective di Facebook: sa già tutto, ha già capito tutto e soprattutto non ha bisogno di prove.

Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti di cronaca e reazioni pubbliche, distinguendo testimonianze, notizie verificate e supposizioni non dimostrate.

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