Non c’era un altro modo per renderlo felice, né per accontentarlo. Era un gioco d’altri tempi ma aveva un’energia moderna. Temo che abbia passato i suoi ultimi giorni in una casa con troppi telefoni accesi e poca voglia di galoppare. Altrimenti non so spiegarmi quello che accadde.
Mi fermò una mattina d’ottobre. Io camminavo guardando il mio telefono. Lui stava in strada, accanto al marciapiede.
– Scusa…
– Sì? Chi è?
– io… quaggiù… dimmi una cosa: come ti sembro?
– Oh… Non male, direi, anche se, se sei qui, avrai certo avuto giorni migliori.
– Sì, ma… ti sembro troppo… non so… pesante?
– Ma no. Sembri leggero.
– Ti sembro troppo… che dire: rosso?
– No, con tutti quegli stickers…
– Ti sembro troppo grosso?
– Figurati. Sei minuscolo. Adatto a un bambino.
– Già. Ti sembro rotto?
– Non a prima vista. No, non direi.
– Ti sembro pericoloso?
– Ma no, sei innocuo. Chi mai si è fatto male con uno come te!
– Giusto. Ma allora… ti sembro… sporco?
– Un po’, certo… il necessario. Quanto basta, però, mica tanto.
– Ti sembro usato? Troppo usato?
– No no no. Figurati. Io ne ho vista di roba usata, te l’assicuro.
– Ti sembro poco… intelligente?
– Beh… su questo…
– Ti sembro troppo… artificiale?
– Artigianale, piuttosto.
– Ti sembro poco gioco?
– No, sei un gioco a tutti gli effetti. Un gioco d’altri tempo forse ma…
– Ti sembro troppo di plastica?
– Di legno non ne fanno più.
– Ma allora… perché?
– Perché sei qui?
– No…
– Perché ti hanno abbandonato?
– No, no…
– Perché… cosa?
– Perché non riesco ad entrare in un telefono cellulare?
Scattai una foto. Lui arrossì. Io ripresi la mia strada. Lui rimase lì.


