Fuori dal vaso – L’Ortica esce da Arezzo soltanto quando trova qualcosa che merita una puntura.
Ci sono articoli che fanno riflettere, altri che fanno discutere e altri ancora che, dopo tre righe, fanno venire voglia di chiamare un traduttore. Non dall’arabo, dal politichese rivoluzionario.
È il caso di un testo pubblicato il 26 gennaio 2026 da Youssef Siher, ricercatore e attivista, dal titolo Perché la sinistra occidentale non farà la rivoluzione.
L’articolo si apre con una rottura ontologica che, a quanto pare, richiede preventivamente una rivoluzione epistemologica. Per il lettore comune siamo già alla supercazzola prematurata con scappellamento a sinistra. Ma sarebbe un errore fermarsi alla forma, perché dietro quella cortina di parole c’è un ragionamento politico piuttosto radicale.
Traduciamo in italiano corrente.
Secondo l’autore, il sistema occidentale è fondato su rapporti di dominio e imperialismo. Non basta cambiare governo, votare diversamente o chiedere qualche riforma. Bisogna mettere in discussione l’intero sistema di valori, istituzioni e rapporti di potere su cui si regge l’Occidente.
E fin qui siamo nel terreno della critica politica, per quanto radicale.
Il passaggio interessante arriva quando Siher prende di mira anche la sinistra occidentale. Partiti, sindacati e movimenti rivoluzionari sarebbero anch’essi parte di quel sistema, incapaci di abbatterlo perché ne condividono, direttamente o indirettamente, i privilegi.
Insomma, compagni, avete sbagliato rivoluzione. E forse pure continente.
La conclusione è ancora più netta: la rivoluzione immaginata dall’autore non dovrebbe nascere dall’Occidente, ma rivolgersi contro l’Occidente stesso, comprese le sue componenti politiche e sociali.
Qui la questione si fa seria.
Criticare l’imperialismo occidentale è legittimo. Denunciare il colonialismo, le disuguaglianze e le contraddizioni delle democrazie occidentali è parte del normale confronto politico. Ma considerare l’intero Occidente un sistema da disarticolare apre domande alle quali l’articolo non offre risposte sufficientemente concrete.
Che cosa dovrebbe sostituirlo? Quali istituzioni? Quali libertà? Quali garanzie per chi non condivide il progetto rivoluzionario?
E soprattutto: quando si parla di rivoluzione contro tutto un sistema, che cosa si intende fare concretamente?
Non sono dettagli. Sono precisamente le domande che distinguono una critica politica da un progetto di società.
Nel frattempo, il nome di Siher è finito anche al centro della cronaca nazionale. Il 24 ottobre è stato fermato nell’ambito dell’inchiesta milanese sul Movimento 17 ottobre, con contestazioni comprendenti l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo.
Il 28 ottobre, però, la giudice per le indagini preliminari ha disposto la sua scarcerazione, non convalidando il fermo e rilevando l’assenza di gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati. Secondo la giudice, i messaggi esaminati non costituivano un incitamento alla violenza.
Una distinzione essenziale: le idee possono essere contestate anche duramente, ma non diventano automaticamente reati perché risultano sgradevoli, estreme o incomprensibili.
Resta il contenuto politico di quell’articolo.
La parte più singolare è proprio la condanna della sinistra occidentale, accusata sostanzialmente di essere troppo occidentale per poter cambiare l’Occidente.
Una specie di rivoluzione che, prima di cominciare, licenzia anche i rivoluzionari.
E viene spontaneo chiedersi se dietro tanta elaborazione teorica esista davvero un modello politico alternativo oppure soltanto una gigantesca operazione di demolizione, per il momento affidata al vocabolario.
Perché la storia insegna che abbattere un sistema è una cosa. Costruirne uno migliore è decisamente un’altra.
Quanto alla rottura ontologica preceduta dalla rivoluzione epistemologica, il cittadino comune può anche non comprenderla.
Ma ha tutto il diritto di chiedere che cosa gli succederebbe il giorno dopo la rivoluzione.
Possibilmente con una risposta in italiano.


