🌵 Le spine di Carlo
Storie, interviste e domande scomode su Arezzo e il suo territorio. Una rubrica di Carlo Umberto Salvicchi, per dare voce a chi ne ha meno, raccontare problemi spesso ignorati e pungere dove serve. Perché l’Ortica non deve soltanto far sorridere, ma anche far riflettere.
Ci sono dei momenti nella vita in cui le immagini, accompagnate dai rumori e dalle sensazioni, rimangono indelebili.
Quello di Erika è un ragazzo giovanissimo, con in braccio la sorellina di due anni, che dice: «Mio padre ha colpito la mamma, salvatela». Salire in casa e vedere questa madre e la nonna, morte in un lago di sangue, e il padre portato via dalla polizia.
Quello di Giacomo è invece un incidente d’auto, con un uomo ferito fuori dalla macchina e un altro intrappolato tra le lamiere, con il guardrail conficcato nell’addome, che dice: «Sto morendo». Darsi da fare inutilmente perché, di lì a poco, spirerà.
Sono Erika Torzoni, 31 anni, e Giacomo Maurizi, 33 anni, operatori dell’emergenza in Croce Bianca.
Ci accompagna Paolo Laurita, operatore e consigliere del sodalizio dal 1993. «Più giovani lavorano con noi e meglio tutto funziona. Qui scoprono un mondo profondamente differente».
«Sì, è così», rispondono all’unisono. «Ci piace aiutare gli altri e sentirci bene con noi stessi».
Stress da lavoro? Sì, dopo interventi difficili ci rimane addosso anche per qualche giorno, poi si ricomincia e comunque la consapevolezza di essere utili è più forte.
E la paura? Erika e Giacomo ricordano il tragico incidente del 4 agosto 2025, in autostrada, tra i caselli di Arezzo e Valdarno, che vide coinvolti un mezzo pesante, tre auto, un caravan e un’ambulanza della Misericordia di Terranuova Bracciolini. Persero la vita due soccorritori e un paziente trasportato.
«Da quel giorno», ci dicono, «in certi momenti siamo molto preoccupati per l’incolumità nostra e degli altri».
Erika e Giacomo sottolineano un aspetto importante. «Le persone che soccorriamo hanno spesso bisogno anche di sostegno morale e psicologico. Le intercettiamo in momenti difficili, spesso i più difficili della loro vita».
Percorrono anche 700 chilometri in un giorno, con turni di 12 ore. La fatica si sente, ma è presto dimenticata.
«Poco tempo fa eravamo a una dimostrazione in una scuola, quando si avvicina una bambina per salutarci. La riconosciamo. Era stata portata al Meyer per la rottura di un braccio, escoriazioni e ferite penetranti. Ci sorride e ci abbraccia. Niente può ripagarci come questo incontro».
Vi sentite degli eroi?
«No, siamo ragazzi normali che hanno scelto questa strada».
È vero. A volte i giovani vanno ascoltati, conosciuti, apprezzati. E forse smetteremo di darne giudizi ingenerosi e affrettati.


