🍷 Il calice amaranto
Opinioni, impressioni e analisi sul mondo dell’Arezzo calcio viste dalla parte del tifoso. Una rubrica di Cesare Fracassi, tra campo, mercato e passione amaranto.
I pettini portano i nodi. E puntualmente i nodi sono arrivati, tutti insieme, nella serata in cui il Benevento ha fatto capire all’Arezzo quanto sia ancora lunga e complicata la strada da percorrere.
Tre gol sul groppone, una superiorità degli avversari evidente sul piano fisico, tecnico e organizzativo, e la sensazione che i problemi non siano più episodi occasionali, ma difetti strutturali di una squadra costruita con troppe incognite.
Il Benevento aveva sempre almeno due uomini disponibili per il passaggio, mentre noi inseguivamo pallone e avversari. Gli esterni difensivi saltati con preoccupante facilità, poca rapidità nella manovra, schemi che si faticano a riconoscere e un gioco prevedibile, incapace di mettere realmente in difficoltà gli avversari.
Di occasioni degne di nota, praticamente soltanto una conclusione di Tavernelli. Dall’altra parte Nunziante ha dovuto metterci anche la faccia, nel senso letterale del termine, ma ha continuato a mostrare quelle incertezze che non possono essere ignorate.
E allora diciamolo chiaramente: ora serve parlare di calcio senza nascondersi dietro le solite giustificazioni.
Cerri, al momento, sembra avere soprattutto la struttura fisica. Ma il calcio non è una gara di misure antropometriche. Per essere determinanti servono movimenti, presenza, capacità di incidere. E un buon procuratore, da solo, non fa gol.
Ionita e Sala non hanno dato quanto ci si aspettava. Olivieri, per quello che abbiamo visto nelle sue apparizioni, non ha convinto e personalmente continuo a chiedermi quanto valga davvero rispetto a un giovane come Leone.
E Ferrari? Per ora sembra un acquisto ancora incartato, in attesa della scampagnata di primavera.
Sono giudizi severi, certamente. Ma vengono da chi guarda le partite e si domanda come sia stata costruita questa squadra.
Il mercato è stato fatto pensando davvero alle necessità tecniche dell’Arezzo oppure hanno pesato troppo altre logiche, comprese quelle dei procuratori?
È una domanda, non un’accusa. Ma dopo prestazioni del genere è legittimo pretendere risposte, perché la sensazione è quella di una costruzione poco determinata, con diversi elementi che non sembrano completarsi né valorizzarsi a vicenda.
Sul campo salvo Arena, Chierico e Tavernelli per atteggiamento e impegno. Gli altri, chi più chi meno, non raggiungono la sufficienza.
Anche le sostituzioni sono servite a poco. Quando la partita ha preso una direzione precisa, la squadra non ha trovato né la forza né gli strumenti per cambiarla.
E qui entra inevitabilmente in discussione anche il lavoro dell’allenatore. Perché una squadra può perdere contro un avversario più forte, ma deve almeno dimostrare di avere un’identità, un’organizzazione, qualche soluzione alternativa.
Il problema non sono soltanto i tre gol del Benevento. È quello che abbiamo visto prima, durante e dopo quei tre gol.
Adesso arriva Carrara. E bisogna aprire immediatamente il paracadute, perché aspettare ancora potrebbe diventare pericoloso.
Servono tenacia, forza, volontà, ma soprattutto idee. Quelle che finora, specialmente nelle partite casalinghe, abbiamo visto troppo raramente.
La vittoria fuori casa non può diventare l’alibi per ignorare quello che succede al Comunale, dove il nostro gioco continua a non permetterci di essere efficaci.
Il tifoso amaranto non pretende miracoli. Pretende una squadra che combatta, sappia cosa fare con il pallone e dimostri di avere un progetto tecnico riconoscibile.
Perché i pettini, alla fine, i nodi li portano sempre.
E ora, se qualcuno non si decide a scioglierli, il rischio è che per l’Arezzo non basti nemmeno il paracadute.
Pane al pane, vino al vino. E stavolta il calice è decisamente amaro.
Cesare Fracassi


