Ad Arezzo abbiamo quasi 3.000 olivi comunali che aspettano qualcuno che si ricordi della loro esistenza. Ma guai a pensare che il problema riguardi soltanto il Comune. Anche al di fuori del patrimonio comunale ci sono oliveti lasciati a se stessi, con piante che non vedono un paio di forbici da quando il telefono aveva ancora il filo.
Olivi soffocati dai rovi, terreni invasi dall’erba, rami secchi e olive che finiscono per terra. Uno spettacolo che in Toscana dovrebbe provocare almeno una multa per oltraggio al paesaggio.
La vicenda dei terreni comunali l’abbiamo già raccontata nell’articolo «Arezzo, 3.000 olivi comunali abbandonati: il Comune aspetta che imparino a potarsi da soli». Ma il Comune non è l’unico soggetto che gestisce terreni agricoli sul nostro territorio. Ci sono anche gli enti ecclesiastici, tra cui l’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero: una realtà distinta dal Comune, con proprie regole di gestione patrimoniale.
La vicenda nasce da una richiesta precisa: recuperare due appezzamenti con olivi apparentemente abbandonati, individuati con riferimenti catastali, fotografie e posizione sulla mappa, facendosi carico della pulizia, della potatura e della manutenzione in cambio delle olive raccolte. Nessuna richiesta di denaro, ma neppure un lavoro senza contropartita: il raccolto sarebbe stato il compenso per il lavoro e le spese sostenute.
Dopo i contatti con i referenti dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, la risposta è stata netta: i terreni possono essere concessi soltanto in affitto, eventualmente con canoni calmierati. Una posizione spiegata via WhatsApp anche con ragioni di tutela in caso d’infortunio e poi confermata per email il 2 novembre 2026. Non si tratta, dunque, di una frase riportata per sentito dire, ma di un criterio di gestione ribadito per iscritto.
La sicurezza è una questione seria e chi gestisce un patrimonio deve rispettare le proprie responsabilità. Resta però una domanda: quando qualcuno si offre di riportare in vita un oliveto senza chiedere denaro, è davvero impossibile trovare una formula sicura diversa dal canone d’affitto?
Il vero problema può cominciare quando qualcuno, colto da un improvviso attacco di buon senso, decide di fare qualcosa.
Il pericolo pubblico numero uno: il cittadino che vuole lavorare gratis
Immaginate un cittadino che passa davanti a un oliveto abbandonato e pensa: «Ma guarda che peccato. Potrei pulirlo, potare le piante, concimarle, tagliare l’erba e raccogliere le olive».
Una proposta semplice: io ci metto lavoro, attrezzature, tempo e denaro. Tu, proprietario, ti ritrovi il terreno pulito e gli olivi recuperati. In cambio mi tengo le olive, sempre che il cielo, la mosca olearia e la stagione decidano di collaborare.
Sembra un accordo ragionevole. E infatti è qui che cominciano i problemi.
Perché nel meraviglioso mondo delle regole può capitare che una proposta del genere non trovi spazio. Se vuoi occuparti del terreno, devi prenderlo in affitto.
In sostanza: ti offri di lavorare gratis, ma prima devi pagare per avere il privilegio di farlo. Una formula economica rivoluzionaria: il volontariato con canone.
La nuova agricoltura: paghi per faticare
Chi possiede un oliveto sa bene cosa significhi mantenerlo: potatura, concimazione, trinciatura, attrezzature, carburante, raccolta, frantoio. E naturalmente il tempo, quello che nei bilanci agricoli familiari viene spesso considerato gratuito perché, evidentemente, le ore trascorse nei campi non contano.
Alla fine, nelle annate buone, qualcuno riesce perfino a pareggiare le spese. Nelle annate cattive, invece, si produce un olio talmente prezioso che ogni bottiglia dovrebbe essere accompagnata da un certificato bancario.
Non è un caso se tanti piccoli oliveti vengono progressivamente abbandonati. E allora arriva il capolavoro: anche davanti a terreni trascurati, la disponibilità di qualcuno a recuperarli può scontrarsi con formule contrattuali rigide e canoni, magari pure calmierati.
Calmierati, appunto. Perché evidentemente la fatica, quando è gratuita, rischia di turbare il mercato.
Gli olivi comunali e il problema più grande
Nel nostro precedente articolo abbiamo raccontato la vicenda dei quasi 3.000 olivi comunali. È un capitolo specifico, con proprie responsabilità e possibili soluzioni. Quello di cui parliamo qui è un altro paradosso, che riguarda la gestione degli oliveti abbandonati anche fuori dal patrimonio pubblico.
Naturalmente ogni proprietario ha diritto di decidere come gestire i propri terreni. E le questioni relative alla sicurezza, alle responsabilità e ai contratti sono serie, non fastidi inventati da qualche burocrate particolarmente fantasioso. Un affitto, peraltro, non è automaticamente la soluzione magica a ogni problema di sicurezza.
Ma proprio per questo viene da chiedersi se non sia possibile individuare strumenti semplici, regolari e sicuri per consentire il recupero di terreni abbandonati, senza trasformare necessariamente ogni disponibilità a lavorare in una nuova spesa per chi si offre.
L’olio extravergine di burocrazia
Siamo diventati bravissimi a parlare di sostenibilità, ambiente, recupero del territorio, tradizioni agricole e valorizzazione del paesaggio.
Poi, quando qualcuno propone di prendere davvero un decespugliatore e un paio di forbici per rimettere in sesto un oliveto, la faccenda può complicarsi.
Perché un olivo abbandonato è un problema. Ma un cittadino che vuole recuperarlo senza chiedere contributi rischia di diventare un problema ancora più grosso.
E così, mentre le olive cadono a terra, il buon senso resta appeso a un ramo. In attesa che qualcuno trovi il modulo giusto per raccoglierlo.
Questo articolo usa la satira per commentare problemi reali legati all’abbandono degli oliveti e alla loro gestione.


