La nostra ultima galleria fotografica dedicata ai lavori del nuovo ponte di Buriano ha suscitato anche un sentimento che non ci aspettavamo: la nostalgia.
Un lettore, osservando le immagini del vecchio ponte, ci ha fatto notare un paradosso tutto aretino. Per decenni abbiamo chiesto di togliere il traffico da quel monumento medievale. Adesso che le automobili passano sul ponte provvisorio, quello storico sembra quasi abbandonato. Qualche bicicletta, pochi pedoni, tanto silenzio.
Insomma, prima ci passava il mondo, ora bisogna quasi prendere appuntamento per incontrare qualcuno.
E anche il paese, secondo il nostro lettore, sembra aver perso qualcosa. Non necessariamente la tranquillità, che sarebbe pure una conquista, ma quella sensazione di essere attraversato, vissuto, parte di una strada e della vita quotidiana.
Un ponte che ne ha viste più di un aretino al bar

Ponte Buriano non è un ponte qualsiasi. Risale al Duecento, viene tradizionalmente associato al paesaggio della Gioconda di Leonardo e, in quasi otto secoli, ha sopportato praticamente tutto.
Le piene dell’Arno, i carri, le automobili, i camion, le guerre e perfino i tedeschi che nel 1944 cercarono di farlo saltare durante la ritirata. Fu salvato dall’intervento delle truppe britanniche.
Nel 1966 l’Arno lo sommerse durante la grande alluvione. Il ponte rimase al suo posto.
Ha resistito anche alle discussioni sulla diga della Penna, ai progetti, alle polemiche e a una quantità di promesse sulla nuova viabilità che probabilmente avrebbe fatto crollare una struttura meno robusta.
Poi, nel settembre 2023, il traffico è stato trasferito sul ponte provvisorio.
E lì è successo l’imprevedibile: il vecchio ponte ha scoperto cosa significa andare in pensione.
Senza nemmeno una festa di saluto.
La Spollinata, quando sull’Arno navigava anche la fantasia

Chi ricorda la Spollinata sa bene che Ponte Buriano non era soltanto un attraversamento stradale.
Era un luogo dove gli aretini riuscivano a trasformare l’Arno in una specie di mare domestico, con imbarcazioni improbabili, costruzioni fantasiose e equipaggi che affrontavano la corrente con più entusiasmo che garanzie di galleggiamento.
Una manifestazione che L’Ortica raccontava già nel 2016 celebrandone dieci anni di fantasia sull’Arno.
C’era chi arrivava al traguardo e chi rischiava di diventare parte integrante del paesaggio fluviale.
Ma c’erano soprattutto gente, allegria, organizzazione, volontariato e voglia di stare insieme.
Altro che grandi strategie di promozione territoriale: bastavano un fiume, qualche tavola, parecchia inventiva e una sana dose di incoscienza aretina.
La Battitura, il grano e l’odore della memoria

E poi c’era la Battitura del grano.
La prima rievocazione risale al 1977, quando Mario Lucherini e Alberto Fatucchi vollero celebrare i settecento anni del ponte recuperando un pezzo della tradizione contadina.
Macchine agricole storiche, trebbiatrici, motori a vapore, paglia, tavolate e quella cucina che aveva il pregio di non conoscere porzioni da degustazione.
Un appuntamento capace di riportare sulle rive dell’Arno il mondo agricolo di una volta.
La Battitura arrivò persino all’attenzione della CNN, grazie a Stanley Tucci.
Perché a volte, per far parlare di Arezzo nel mondo, non servono grandi trovate: basta una vecchia macchina a vapore che funziona ancora.
Gualdani, Starnazzi e quelli che il ponte lo difendevano davvero

In questa storia non può mancare Gualberto Gualdani.
Geometra, ambientalista, memoria storica del territorio, fondatore e presidente dell’associazione Borghi d’Arno, per decenni è stato una specie di sentinella del ponte.

Insieme allo storico dell’arte Carlo Starnazzi ha difeso e valorizzato il legame tra Ponte Buriano e Leonardo da Vinci.
Ha combattuto contro l’ipotesi di innalzamento delle acque della diga della Penna, si è occupato della sicurezza, della viabilità e della valorizzazione del monumento.
Era uno di quelli che, quando sentivano pronunciare la parola Ponte Buriano, avevano già pronto un documento, una fotografia, una spiegazione e probabilmente anche una contestazione.
Di persone così, capaci di rompere le scatole per amore del proprio territorio, oggi ci sarebbe ancora parecchio bisogno.
Non a caso L’Ortica ha già ricordato la sua figura quando è partita la discussione sul nome da dare al nuovo attraversamento.
E ad Arezzo Wave si suonava anche all’alba

Ponte Buriano ha avuto perfino un posto nella storia di Arezzo Wave.
Mauro Valenti ha ricordato, tra i momenti particolari del festival, un concerto di Giovanni Lindo Ferretti alle sei del mattino proprio a Ponte Buriano.
Un’esperienza che oggi sembra appartenere a un’altra epoca.
Musica all’alba, un luogo storico, il fiume e gente disposta a sacrificare il sonno per ascoltare un concerto.
Altro che sveglia del telefonino: allora per alzarsi presto bastava Arezzo Wave.
E poi gli incontri, le iniziative culturali, le feste popolari, le generazioni cresciute intorno a quel ponte.
Un patrimonio che non si misura in metri di carreggiata.
Il nuovo avanza, il vecchio aspetta
Intanto il ponte provvisorio continua a sostenere il traffico che un tempo attraversava quello medievale.
Automobili e mezzi passano senza sosta, mentre poco distante il nuovo ponte definitivo prende forma tra gru, armature e strutture di cemento, come documentano le nostre fotografie.
È giusto così. Il vecchio monumento andava liberato da un carico diventato incompatibile con la sua storia e la sua conservazione.
Ma un conto è liberarlo dalle automobili, un altro è lasciarlo fuori dalla vita.
Il nostro lettore descrive anche una sensazione di isolamento del paese rispetto al passato. È una percezione, non una sentenza sulla nuova viabilità, ma merita attenzione.
Perché se prima Ponte Buriano rischiava di essere soffocato dal traffico, oggi non dovrebbe rischiare di essere dimenticato proprio grazie alla soluzione tanto attesa.
Va anche ricordato che qualcosa continua a muoversi: nel settembre 2026 Artinponte ha riportato artisti, mercatini, laboratori e visitatori intorno allo storico attraversamento.
Segno che il ponte non ha perso la capacità di richiamare persone. Bisogna soltanto dargliene l’occasione.
La pensione va bene, l’ospizio no
Forse è questa la vera questione.
Che cosa vogliamo fare del vecchio Ponte Buriano?
Un monumento da fotografare e poi salutare? Un passaggio per qualche monopattino o ciclista? Un ricordo da rispolverare durante le inaugurazioni?
Oppure un luogo vivo, inserito nei percorsi ciclopedonali, nelle iniziative culturali, nelle passeggiate, nelle manifestazioni e nella vita della frazione?
Il futuro collegamento con la ciclovia dell’Arno rappresenta un’opportunità. Ma un percorso sulla carta, da solo, non basta a restituire un’anima a un territorio.
Ponte Buriano ha retto per quasi ottocento anni il peso della storia, degli uomini, dei carri, delle automobili e perfino delle idee più strampalate degli amministratori.
Ora che finalmente può riposarsi, sarebbe un peccato condannarlo alla solitudine.
Perché va bene togliere il traffico.
Ma non togliamogli anche la vita.
E soprattutto ricordiamoci del paese: il ponte si può restaurare, una comunità dimenticata è molto più difficile da rimettere in piedi.


