Ad Arezzo la scuola del futuro è già alle porte. Anzi, al cancello. L’assessore Lucia Tanti ha annunciato uno stanziamento complessivo di 60.000 euro per sostenere i servizi di pre-scuola, post-scuola e doposcuola dei sei istituti comprensivi cittadini. Obiettivo dichiarato: avvicinare le scuole aretine al modello dei campus.
Praticamente Harvard, ma con la merendina portata da casa.
La cifra, distribuita tra i sei istituti secondo criteri che tengono conto delle necessità e della popolazione scolastica, corrisponde a una media di 10.000 euro per scuola. Non proprio il bilancio del Massachusetts Institute of Technology, ma ad Arezzo bisogna sapersi accontentare: se non puoi costruire un campus, puoi sempre chiamare campus quello che hai già.
L’assessore ha spiegato che l’iniziativa risponde a tre esigenze: sostenere le scuole, offrire attività educative oltre l’orario delle lezioni e aiutare le famiglie a conciliare lavoro e figli.
Tre obiettivi sacrosanti. Il quarto, non dichiarato, potrebbe essere convincere i bambini che uscire da scuola alle quattro del pomeriggio significa frequentare un’università americana.
A raffreddare gli entusiasmi sono intervenuti Vincenzo Ceccarelli e Valentina Vaccari, consiglieri comunali del Partito Democratico, che hanno accolto positivamente il contributo, chiedendo però maggiore chiarezza sulla sua consistenza, sulla continuità dei finanziamenti e sull’accessibilità economica dei servizi.
In sostanza, il PD domanda se dietro la parola campus ci sia un progetto strutturato oppure soltanto un modo più elegante di dire che i genitori potranno andare a riprendere i figli un po’ più tardi.
Perché un campus, di norma, prevede spazi adeguati, attività formative, strutture sportive, personale qualificato e una programmazione stabile. Ma questi sono dettagli. Con un po’ di fantasia, anche il corridoio della scuola può diventare una residenza universitaria. Basta non farlo sapere agli studenti.
Il problema, naturalmente, non sono i 60.000 euro. Qualsiasi contributo che aiuti le famiglie e migliori i servizi scolastici è benvenuto. Il problema è la distanza tra le risorse disponibili e le ambizioni proclamate.
Perché con 10.000 euro medi a istituto si può dare una mano a organizzare attività aggiuntive, ma trasformare una scuola in un campus è un’altra faccenda. Un po’ come comprare un ombrellone e annunciare l’apertura di un resort alle Maldive.
Resta poi da chiarire quanto dovranno pagare le famiglie, quali attività saranno effettivamente offerte, quanti studenti potranno beneficiarne e soprattutto se i finanziamenti saranno confermati negli anni successivi.
Nel frattempo, ad Arezzo il dibattito politico procede secondo il tradizionale modello cittadino: la maggioranza annuncia il futuro, l’opposizione chiede dove siano i soldi e le famiglie continuano a guardare l’orologio per capire chi deve andare a prendere il figliolo.
Quanto agli studenti, per il momento possono stare tranquilli: non è previsto alcun esame di ammissione a Harvard.
Per quello, prima, bisogna trovare i soldi per il doposcuola.
Questo articolo usa la satira per commentare dichiarazioni e fatti reali.


