Arezzo è tornata in piazza contro la guerra e il carovita. Questa mattina, venerdì 30 ottobre, un corteo promosso dall’Assemblea aretina per lo sciopero, in occasione dello sciopero generale indetto dai sindacati di base, ha attraversato le strade cittadine partendo da Campo di Marte e arrivando in piazza San Jacopo.
Bandiere palestinesi, striscioni, cartelli e soprattutto tanti giovani. Una partecipazione che dimostra come, nonostante tutto, ci sia ancora qualcuno disposto a lasciare il divano e scendere in strada per chiedere un futuro diverso.
Al centro della protesta due questioni che, secondo i manifestanti, viaggiano ormai a braccetto: la guerra e il costo della vita. Perché mentre nel mondo si continuano a trovare risorse per gli armamenti, per stipendi, sanità, scuola e servizi pubblici la coperta sembra diventare ogni giorno più corta.
Alla manifestazione ha partecipato anche Europa Verde/Alleanza Verdi e Sinistra di Arezzo, presente con il segretario provinciale Walter Ralli e altri esponenti dell’organizzazione.
Il messaggio è chiaro: meno soldi destinati alla logica della guerra e più investimenti nella pace, nella sanità, nell’istruzione e nel sostegno alle famiglie e alle persone più fragili.
«È stata una bella manifestazione, soprattutto per la partecipazione di tanti giovani che hanno scelto di scendere in piazza per rivendicare un futuro diverso e migliore di quello che oggi viene loro prospettato», sottolinea Europa Verde/AVS.
Una presenza giovanile che il movimento considera un segnale importante, soprattutto in un periodo in cui ai ragazzi si chiede continuamente di avere fiducia nel futuro, possibilmente senza fare troppe domande sul presente.
Per Europa Verde/AVS non può esserci sicurezza senza diritti, né futuro senza pace e giustizia sociale. Le risorse pubbliche, sostiene il movimento, dovrebbero servire prima di tutto a migliorare la vita delle persone anziché alimentare nuovi conflitti.
Il corteo ha portato queste rivendicazioni nelle strade di Arezzo, tra slogan, bandiere e richieste di cambiamento.
Ora resta la parte più complicata: trasformare le parole in scelte politiche concrete. Perché manifestare è un diritto, ascoltare dovrebbe essere un dovere. E tra le due cose, come insegna la politica, spesso ci passa un abisso.


