Il Tribunale di Arezzo ha riconosciuto l’identità di genere di Jasmine Piattelli, presidente di Arcigay Arezzo – Chimera Arcobaleno, disponendo la rettifica del nome e del genere nei documenti anagrafici senza richiedere certificazioni mediche, relazioni psicologiche o valutazioni psichiatriche.
La sentenza è passata in giudicato e rappresenta un risultato importante: per riconoscere l’identità di una persona, almeno in questo caso, la giustizia ha ritenuto sufficiente ascoltare la sua storia.
Una novità che, in un Paese dove per qualsiasi cosa sembra servire un certificato, merita una certa attenzione.
Non è stato necessario dimostrare attraverso una diagnosi ciò che Jasmine racconta di vivere da sempre. Il Tribunale ha valorizzato il suo percorso personale e la stabilità della sua identità di genere.
A seguire il procedimento è stato l’avvocato Matteo Mammini, presidente di Rete Lenford, l’associazione di avvocati impegnata nella tutela dei diritti delle persone LGBTI+.
«Quando Jasmine, compagna di attivismo prima che mia assistita, mi ha raccontato la sua storia, ho pensato che la sua identità potesse essere riconosciuta sulla base del suo vissuto, senza documentazione clinica», spiega Mammini.
La scelta non era priva di rischi. L’avvocato e Jasmine hanno deciso di percorrere una strada che, secondo quanto riferisce il legale, non aveva precedenti da lui individuati. E il Tribunale di Arezzo ha accolto la richiesta.
Vent’anni a difendere i diritti degli altri, poi la battaglia per i propri
Per Jasmine Piattelli la decisione ha un valore che va ben oltre la questione burocratica.
Da oltre vent’anni è impegnata nella difesa dei diritti delle persone LGBTQIA+ e oggi presiede Chimera Arcobaleno. Eppure, quando doveva firmare documenti ufficiali, era ancora costretta a utilizzare un nome che non corrispondeva alla propria identità.
«Sono felicissima di essere riuscita, finalmente, ad avere il mio genere e il mio nome riconosciuti attraverso questa sentenza», racconta.
«Io, che da oltre vent’anni mi batto per i diritti, iniziavo a sentirli mancanti verso di me».
C’è una contraddizione tutta italiana in questa storia: puoi passare vent’anni a difendere il diritto degli altri a essere riconosciuti, ma quando arriva il momento di firmare un documento scopri che, per lo Stato, sei ancora qualcun altro.
Ora quella contraddizione, almeno per Jasmine, è stata superata.
La medicina non è il tribunale dell’identità
Il punto centrale della decisione non è soltanto la rettifica anagrafica, già prevista dall’ordinamento italiano. È il fatto che il giudice abbia accolto la richiesta senza una relazione psicodiagnostica o altra documentazione clinica.
La possibilità di ottenere la rettifica anagrafica senza sottoporsi a interventi chirurgici è già riconosciuta dalla giurisprudenza. Questa vicenda riguarda invece il peso attribuito alla testimonianza e al percorso personale, senza la necessità di una certificazione sanitaria.
«Essere trans non è una malattia da certificare, né l’identità deve essere autorizzata dalla medicina per essere riconosciuta dal diritto», sottolinea l’avvocato Mammini.
Una distinzione importante, perché una cosa è poter accedere liberamente a un percorso sanitario quando lo si desidera, un’altra è dover ricorrere alla medicina per dimostrare allo Stato chi si è.
Una sentenza che potrebbe aprire altre porte
Jasmine non nasconde la soddisfazione per aver contribuito a sperimentare un percorso giudiziario diverso.
«È un piccolo passo, ma importante, verso l’autodeterminazione auspicata da tutte le persone trans italiane», afferma, auspicando che questa esperienza contribuisca anche a una futura evoluzione della legislazione.
Rete Lenford e Chimera Arcobaleno considerano il risultato un importante riconoscimento della dignità e della libertà individuale.
Naturalmente una sentenza del Tribunale di Arezzo non modifica da sola la legge italiana e non garantisce automaticamente lo stesso risultato in ogni altro procedimento. Ma costituisce una decisione giudiziaria significativa, destinata ad alimentare il confronto su come debba essere riconosciuta legalmente l’identità di genere.
E alla fine resta una domanda semplice: se una persona sa chi è, perché dovrebbe essere un certificato medico a stabilirlo?
Ad Arezzo, questa volta, la risposta è arrivata da un’aula di tribunale.


