Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali
Arezzo – Non si presentava al lavoro perché impegnato in una delle attività meno produttive previste dalla pubblica amministrazione: cercare di restare vivo.
Per questo motivo l’Asl Toscana Sud Est aveva deciso di tagliare lo stipendio a un proprio dipendente di 57 anni, tetraplegico, assunto dal 2005 come assistente amministrativo. Una scelta amministrativamente coraggiosa, umanamente fantasiosa e, secondo il Tribunale di Arezzo, pure illegittima.
Il lavoratore, residente a Cortona, aveva dovuto assentarsi a più riprese a partire dal giugno 2024 per ricoveri, operazioni e terapie strettamente collegate alla propria grave disabilità. I medici gli avevano persino ordinato di azzerare il tempo trascorso sulla carrozzina, ma evidentemente non avevano compilato correttamente il modulo “richiesta autorizzazione a non morire in orario d’ufficio”.
Nonostante la documentazione sanitaria, l’Azienda sanitaria aveva applicato decurtazioni sulla retribuzione che, in alcuni periodi, sarebbero arrivate fino al 90 per cento e, in altri, al 50 per cento.
Una specie di premio di produzione al contrario: meno riesci a stare in piedi, meno prendi.
Il dipendente si è quindi rivolto al giudice del lavoro Giorgio Rispoli, assistito dall’avvocato Gabriele Zampagni. La sentenza, depositata il 14 luglio e ancora appellabile, ha accolto il ricorso e stabilito che quelle assenze erano dovute a trattamenti salvavita, dunque non potevano essere considerate come normali periodi di malattia sui quali applicare automaticamente le riduzioni previste.
Determinante è stata anche la consulenza del medico legale nominato dal Tribunale, che ha ricostruito un quadro clinico segnato da interventi chirurgici, recidive, ricoveri, rischio di sepsi, basse difese immunitarie e progressivo decadimento fisico.
In pratica una situazione abbastanza seria, persino per chi ritiene che il certificato medico sia soltanto un modo elaborato per saltare una riunione su Teams.
Il giudice ha inoltre richiamato l’orientamento della Cassazione, secondo cui spetta al datore di lavoro confrontarsi con il dipendente e verificare se le assenze siano riconducibili alla sua disabilità.
Una procedura rivoluzionaria, nota negli ambienti più estremisti con il nome di “parlarsi”.
L’Asl è stata quindi condannata a riconoscere al lavoratore l’intera retribuzione e a restituire le somme trattenute.
Resta da capire come sia stato possibile arrivare fino a un’aula di tribunale per stabilire che una persona sottoposta a cure indispensabili alla sopravvivenza non debba essere punita economicamente.
Ma forse, tra una pratica, una circolare e un timbro, era sfuggito il principio fondamentale: la sanità dovrebbe curare i malati, non presentargli il conto in busta paga.



Un articolo veramente incredibile, tanto ben fatto.
Grazie
Ugo Gori