🍷 Il calice amaranto
Opinioni, impressioni e analisi sul mondo dell’Arezzo calcio viste dalla parte del tifoso. Una rubrica di Cesare Fracassi, tra campo, mercato e passione amaranto.
L’Arezzo continua a lasciare spazio agli avversari alle spalle della difesa senza avere, a mio giudizio, la rapidità necessaria per recuperare. È un problema che segnalo da un anno e che ho rivisto anche a Carrara e contro la Juve Stabia. Quando gli altri partono, ci bevono. E noi restiamo a leggere l’etichetta.
Il mister ha richiamato l’importanza della posizione. Giusto: stare bene in campo serve eccome. Ma se lasci metri da attaccare a chi è più rapido di te, poi la posizione rischia di diventare quella dello spettatore. Le distanze, le coperture e le caratteristiche dei giocatori devono stare nello stesso ragionamento. Non possiamo chiedere a una retroguardia di vincere sistematicamente corse per le quali non sembra attrezzata.
Eppure la rapidità che manca non è soltanto quella delle gambe quando bisogna rincorrere. È anche quella del gioco quando il pallone ce l’abbiamo noi.
Chi porta palla dovrebbe avere almeno due possibilità di passaggio costruttivo e una di scarico. Per riuscirci servono smarcamenti, appoggi, movimenti coordinati. Uno viene incontro, un altro attacca lo spazio, un compagno offre una soluzione per ricominciare. Se invece gli altri aspettano, quello con il pallone deve inventarsi tutto. E mica possiamo pretendere che a ogni possesso gli venga un’illuminazione sulla via di Damasco.
Il punto, per me, è questo: deve muoversi tutta la squadra, con continuità. Non basta lo scatto di uno se gli altri guardano. Bisogna accompagnare l’azione, accorciare, spostarsi mentre il pallone viaggia. Altrimenti si arriva sempre un tempo dopo, anche quando non c’è da correre più forte dell’avversario.
Davanti vedo una manovra che cerca soprattutto l’apertura sugli esterni e la sovrapposizione del compagno sulla fascia. È una soluzione utile, ma quando diventa il percorso obbligato gli avversari prendono le misure. Chiudono la corsia e noi ci ritroviamo a cercare il passaggio di prima, sperando che nel frattempo abbiano cambiato idea.
Anche pressione e ripartenze possono portarci in area. Ma quando occorre costruire contro una squadra schierata, quali alternative riusciamo a offrire? Vorrei vedere più combinazioni dentro il campo, più uomini disponibili a ricevere e meno palloni affidati alla speranza che qualcuno, sulla fascia, risolva la pratica.
Poi c’è Tavernelli. A me sembra che faccia fatica, e la sua condizione merita attenzione. La pubalgia era già stata riportata dalla stampa a inizio ottobre: questo però non basta per dire quale sia oggi il suo stato fisico o per spiegare ogni difficoltà con quel problema. Resta la mia impressione dal campo: da un giocatore così importante ci aspettiamo molto, ma anche il gioco collettivo deve aiutarlo.
Non sto chiedendo il calcio dei fenomeni. Chiedo una squadra che tenga conto dei propri limiti dietro e che offra più scelte a chi ha il pallone. Perché se per attaccare aspettiamo l’invenzione e per difendere dobbiamo sperare di vincere ogni rincorsa, il calice si riempie sempre della stessa roba.
E a forza di berla, anche il tifoso più assetato comincia a chiedere un’altra bottiglia.


