🌵 Le spine di Carlo
Storie, interviste e domande scomode su Arezzo e il suo territorio. Una rubrica di Carlo Umberto Salvicchi, per dare voce a chi ne ha meno, raccontare problemi spesso ignorati e pungere dove serve. Perché l’Ortica non deve soltanto far sorridere, ma anche far riflettere.
«Purtroppo molti di noi rischiano di chiudere». A parlare è un agricoltore della Valdichiana, titolare di un’azienda di medie dimensioni che coltiva cereali e ortaggi: grano, meloni, zucchine, pomodori e cetrioli. Preferisce rimanere anonimo, ma non nasconde la preoccupazione per il futuro. «La desertificazione volontaria dell’olivo è solo una triste avvisaglia. Se continuiamo così, altre colture seguiranno».
Il primo problema, racconta, è la distanza tra quello che viene pagato al produttore e quello che il consumatore trova sullo scontrino. «C’è una regola non scritta: un terzo al produttore, un terzo al commerciante e un terzo alla grande distribuzione organizzata».
È una semplificazione della filiera proposta dal nostro interlocutore, non una proporzione fissa valida per tutti i prodotti. Il suo esempio riguarda i pomodori: «Al supermercato quella tipologia arriva a 4,50-5 euro al chilo. A noi vanno circa 1,50 euro, poco più». Tra campo e scaffale ci sono intermediari, trasporti, selezione, distribuzione e relativi costi. Ma per chi coltiva resta una domanda: quanto del prezzo finale remunera davvero la produzione?
La grande distribuzione, spiega l’agricoltore, preferisce spesso trattare con un operatore commerciale anziché direttamente con tante aziende agricole. Una scelta che semplifica gli approvvigionamenti, ma aggiunge un passaggio alla catena e rende più difficile, per il singolo produttore, incidere sul prezzo.
Poi ci sono i costi. «Vogliamo parlare del gasolio? Nel 2025 lo pagavamo 65-70 centesimi al litro. Oggi siamo intorno a 1,40 euro. Serve per trattori, motopompe e altri mezzi». Sono i prezzi riferiti dalla sua esperienza aziendale, che possono differire per momento d’acquisto e condizioni di fornitura.
«E i concimi? L’urea da 30 euro al quintale è arrivata intorno agli 80. Il concime organico da 18-20 a 34-36 euro». Il quadro dei rincari è uno dei fattori che alimenta la preoccupazione, anche se per misurare gli aumenti su scala generale occorre confrontare prodotti, mercati e periodi omogenei.
È un elenco di difficoltà che sembra non finire mai. E dal costo delle coltivazioni il discorso passa alle regole della concorrenza internazionale, a cominciare dall’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur.
Secondo il produttore, gli agricoltori europei devono rispettare vincoli che non sempre coincidono con quelli in vigore nei Paesi sudamericani, specialmente nell’impiego dei prodotti fitosanitari. Cita quattro principi attivi che, a suo dire, sarebbero utilizzati oltreoceano ma vietati da noi, senza indicarli per nome.
La differenza tra regole produttive è una questione concreta, anche se va distinta dalla sicurezza degli alimenti importati: questi ultimi devono comunque rispettare i limiti massimi europei di residui di pesticidi, fissati per ciascuna sostanza e tipologia di prodotto. Il fatto che un principio attivo non sia autorizzato nei campi europei non significa automaticamente che ogni prodotto importato da Paesi dove è impiegato sia ammesso senza controlli o limiti. Il nodo sollevato dall’agricoltore riguarda soprattutto le condizioni di concorrenza.
Altro capitolo: la manodopera. «Nella nostra zona lavorano soprattutto persone provenienti da Paesi extraeuropei, molti dall’India. Gli italiani sono ormai pochissimi e trovare lavoratori è difficile». Nella sua azienda, riferisce, una retribuzione tipica si aggira sui 1.500 euro netti al mese, per turni di sei ore e mezza al giorno su sei giorni settimanali. È un caso aziendale, non una media statistica della Valdichiana.
Il produttore giudica poco efficace, per le esigenze di chi deve assumere, il meccanismo del decreto flussi. Osserva inoltre la crescente presenza di cooperative che forniscono manodopera. Ed è qui che richiama la necessità di vigilare sul rispetto dei contratti, delle retribuzioni e dei diritti. Il rischio di intermediazione illecita e caporalato esiste nel settore agricolo, ma non si può attribuirlo a una cooperativa o a una comunità di lavoratori senza elementi specifici.
E il grano? «Un chilo di cereale può essere pagato al produttore 22 centesimi. Poi arrivano commerciante, mulino e fornaio. Il pane comune, alla fine, costa alla signora Maria dai 3 ai 4 euro al chilo».
Anche in questo caso il confronto è eloquente, pur tenendo presente che un chilo di grano non equivale a un chilo di pane e che macinazione, panificazione, lavoro ed energia pesano sul prezzo finale. A conferma dell’ordine di grandezza, le quotazioni ISMEA della seconda settimana di ottobre 2026 indicavano circa 0,22 euro al chilo per il frumento tenero mercantile, con valori diversi per le altre qualità.
Chiudiamo chiedendo se ci sia almeno un segnale incoraggiante. «Il prodotto toscano mantiene un forte appeal», risponde l’agricoltore. È il vantaggio di una reputazione costruita nel tempo, ma anche un patrimonio da difendere: perché il richiamo del prodotto locale serve a poco se, prima o poi, non ci sarà più nessuno a coltivarlo.
Nota della redazione: i prezzi aziendali e le osservazioni sulla filiera sono riferiti dall’agricoltore intervistato. Per il confronto sui cereali sono state consultate le rilevazioni ISMEA Mercati; per la disciplina dei residui di pesticidi, la banca dati della Commissione europea.


