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Arezzo, lavorare e restare poveri: la storia di Juan, che sogna una pizza con i figli

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Arezzo, lavorare e restare poveri: la storia di Juan, che sogna una pizza con i figli

🌵 Le spine di Carlo

Storie, interviste e domande scomode su Arezzo e il suo territorio. Una rubrica di Carlo Umberto Salvicchi, per dare voce a chi ne ha meno, raccontare problemi spesso ignorati e pungere dove serve. Perché l’Ortica non deve soltanto far sorridere, ma anche far riflettere.

Juan ha 53 anni, è colombiano e vive nella zona di San Lorentino. Ad Arezzo, dove ha abitato in diversi periodi, arriva da molti anni. Oggi vive con due figli e, pur lavorando, non riesce ad arrivare alla fine del mese.

È uno dei cosiddetti working poor, i lavoratori poveri: persone che hanno un impiego ma il cui stipendio non basta a sostenere il costo della vita. Salari troppo bassi, prezzi in continua crescita e conti che non tornano.

Juan lavora come commesso-magazziniere in una storica azienda aretina. Guadagna tra 1.280 e 1.300 euro al mese. Le spese sono presto fatte: 550 euro per l’affitto, circa 300 euro, spesso anche di più, tra bollette e altre piccole necessità. Restano all’incirca 400 euro per vivere. Soprattutto per mangiare.

Ogni mese è una corsa a ostacoli. Un po’ lo aiuta la Caritas, un po’ altre organizzazioni religiose. Alcuni amici aretini danno una mano soprattutto con i vestiti per i ragazzi. Dell’automobile nemmeno a parlarne: come sostenere il costo dell’acquisto e della gestione? Ci si muove in bicicletta.

«I miei ragazzi si accontentano», racconta Juan. La figlia maggiore, da poco maggiorenne, lavora il sabato e la domenica in un supermercato. «Ci diamo da fare». L’altro figlio è ancora piccolo, ma molto responsabile.

La famiglia, però, non finisce qui. Un pezzo è in Ecuador: la moglie e un’altra figlia, autistica, vivono con i nonni materni. Juan è impegnato da anni nel tentativo di portarle ad Arezzo, ma il ricongiungimento familiare si scontra con le sue condizioni economiche. La distanza pesa ancora di più sapendo che la figlia è autistica: Juan vorrebbe poterle stare vicino, senza che le difficoltà economiche tengano separata la famiglia.

«Non posso averle qui e neanche inviare loro denaro. Vivono con i miei suoceri», spiega.

Prima di partire, racconta, in Ecuador era un commerciante e aveva una casa. «Poi sono arrivati i cartelli della mafia ecuadoriana e sono stato costretto a lasciare». È la sua testimonianza di una vita interrotta e ricominciata altrove.

La condizione dei lavoratori poveri riguarda una parte della società che rischia di diventare sempre meno visibile. La pandemia, poi le guerre, l’aumento dei prezzi e i salari al palo hanno aggravato i bilanci familiari. Famiglie con un solo reddito, pensionati che vivono con assegni sociali e persone occupate ma con stipendi insufficienti finiscono per ricorrere all’assistenza, spesso controvoglia.

Aretini e stranieri: la povertà non ha nazionalità. Si parla di una distribuzione pressoché a metà tra italiani e stranieri tra chi chiede aiuto, ma questo dato andrà verificato sui numeri del territorio. Il tradizionale rapporto Caritas, atteso con i dati del 2026, aiuterà a capire meglio dimensioni e caratteristiche del fenomeno.

La povertà fatica a emergere. Non è facile dichiararsi poveri quando si esce di casa per andare al lavoro, magari in giacca e cravatta. Dietro una vita apparentemente normale possono esserci rinunce quotidiane e la difficoltà persino a chiedere aiuto. Spesso sono le donne a rivolgersi al volontariato e ai servizi pubblici per le necessità familiari.

Alle difficoltà economiche possono aggiungersi quelle psicologiche: ansia, depressione, paura di non farcela. La povertà non pesa soltanto sul portafoglio.

Chiediamo a Juan che cosa vorrebbe, che cosa si potrebbe fare per aiutarlo. «Trovare un lavoro anche leggermente più redditizio. Ho la patente C, potrei fare anche il trasportatore».

E qual è il suo cruccio più grande, dopo quello di avere la famiglia divisa? La risposta è tanto semplice quanto dolorosa: «Vorrei poter portare i miei figli ogni tanto a mangiare una pizza…».

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Carlo Umberto Salvicchi
Carlo Umberto Salvicchi
Carlo Umberto Salvicchi, sociologo mancato e giornalista poco praticante da oltre 40 anni. Ama le persone care e quelle libere. I tifosi vanno bene solo nello sport. Ha un obiettivo primario. Lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato. E un motto: l’ironia ti salverà la vita…

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