Quattro ex operaie della Lebole di Rassina, tutte affette da Parkinson, hanno ottenuto in via definitiva il riconoscimento della malattia professionale dopo una lunga battaglia giudiziaria contro l’Inail.
La Corte d’appello di Firenze ha confermato la decisione già pronunciata ad Arezzo nel 2024 dal giudice del lavoro Giorgio Rispoli, riconoscendo, sulla base delle perizie effettuate, il collegamento tra la patologia e l’esposizione prolungata a sostanze chimiche utilizzate negli ambienti di lavoro.
L’Inail ha deciso di non ricorrere in Cassazione e la sentenza diventa quindi definitiva.
Le quattro donne lavoravano nello stabilimento Lebole di Rassina, nel comune di Castel Focognano, chiuso nel 1998. Per anni sarebbero state esposte, senza adeguate protezioni, ai vapori di solventi impiegati nella lavorazione e nella smacchiatura dei tessuti.
Al centro della causa ci sono soprattutto due sostanze: il tricloroetilene, più conosciuto come trielina o TCE, e il percloroetilene, PCE.
Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni tecniche presentate nel procedimento, la trielina veniva utilizzata direttamente per eliminare le macchie dagli abiti attraverso apposite pistole a spruzzo. Il percloroetilene sarebbe invece stato presente nelle lavorazioni delle pezze di lana e poteva rimanere in tracce nei materiali successivamente utilizzati nello stabilimento.
L’esposizione non sarebbe avvenuta soltanto durante la smacchiatura: i solventi potevano essere inalati anche durante la fase di stiro, quando il calore favoriva la dispersione delle sostanze nell’ambiente.
A ricostruire il possibile collegamento tra le condizioni di lavoro e la malattia è stato il medico legale aretino Bruno Parca, che ha coinvolto anche il professor Gianni Pezzoli, presidente dell’Associazione Italiana Parkinson e specialista del Centro Parkinson Pini-CTO di Milano.
In appello i giudici fiorentini hanno disposto ulteriori approfondimenti e una nuova perizia. Anche questa fase ha confermato le conclusioni raggiunte nel processo di primo grado.
Il riconoscimento comporta ora per le quattro ex lavoratrici il diritto alla prestazione economica prevista per il danno biologico, con gli interessi maturati a partire dalla presentazione delle rispettive domande.
Resta una storia che racconta anche un’altra epoca del lavoro industriale aretino. La Lebole significò occupazione, stipendi e benessere per migliaia di famiglie, ma negli stabilimenti di allora la tutela della salute dei lavoratori era spesso molto diversa da quella che oggi consideriamo indispensabile.
E per quattro operaie di Rassina il conto di quelle giornate trascorse tra tessuti, vapori e solventi è arrivato molti anni dopo. Per vederselo riconoscere, invece, sono serviti medici, avvocati, periti, due gradi di giudizio e parecchia pazienza. Come spesso accade, il tempo della malattia è immediato. Quello del riconoscimento istituzionale un po’ meno.


