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Arezzo, chiudono 607 negozi: Amazon ringrazia e lascia il pacco davanti alla saracinesca

In sei anni il commercio aretino ha perso 607 attività e oltre mille addetti in provincia. Confesercenti raccoglie firme per salvare i negozi di vicinato, possibilmente prima che il centro storico diventi un gigantesco punto di ritiro pacchi

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Arezzo, chiudono 607 negozi: Amazon ringrazia e lascia il pacco davanti alla saracinesca

In sei anni il commercio aretino ha perso 607 attività e oltre mille addetti in provincia. Confesercenti raccoglie firme per salvare i negozi di vicinato, possibilmente prima che il centro storico diventi un gigantesco punto di ritiro pacchi

Ad Arezzo e provincia, dal 2019 al 2025, hanno chiuso 607 attività commerciali. Non è una metafora sulla desertificazione dei centri storici: sono proprio negozi che prima c’erano e ora non ci sono più.

In compenso abbiamo guadagnato migliaia di furgoni che parcheggiano in doppia fila per consegnarci a domicilio un cavetto USB da 4 euro.

Secondo i dati diffusi da Confesercenti Arezzo, le imprese del commercio al dettaglio in provincia sono passate da 4.293 a 3.686: meno 14,1% in sei anni.

Una cura dimagrante talmente efficace che, applicata ancora per qualche anno, potremo finalmente eliminare il commercio tradizionale alla radice e trasformare Corso Italia in una suggestiva pista pedonale con vetrine vuote d’epoca.

Anche il conto economico non scherza: Confesercenti stima 91 milioni di euro di ricchezza persa in provincia, di cui circa 30 milioni nella sola città di Arezzo.

Ma bisogna guardare il lato positivo.

Almeno non rischiamo più quella fastidiosa esperienza umana chiamata “entrare in un negozio”.

Quella roba antiquata in cui salutavi qualcuno, chiedevi informazioni, provavi una cosa, magari parlavi cinque minuti e poi uscivi con una busta.

Adesso ordiniamo alle 23.47 in mutande, scegliamo “consegna entro domani”, seguiamo il pacco da Piacenza a Firenze come fosse nostro figlio in Erasmus e alle 11.32 insultiamo il corriere perché non ha trovato il campanello.

Il progresso, finalmente.

Nel Comune di Arezzo il numero delle attività è passato da 1.508 a 1.309: 199 negozi scomparsi, pari a oltre il 13%.

E naturalmente quando spariscono i negozi sparisce pure chi ci lavora.

Gli addetti al commercio in città sono scesi da 4.198 a 3.611: 587 posti di lavoro in meno.

In provincia il saldo arriva a 1.009 lavoratori persi.

Insomma, comprando tutto online abbiamo raggiunto un risultato tecnologicamente avanzatissimo: possiamo ordinare qualsiasi cosa dal divano, purché qualcuno abbia ancora uno stipendio per pagarla.

La direttrice di Confesercenti Arezzo, Valeria Alvisi, sottolinea che la chiusura delle attività non comporta soltanto perdita di fatturato e occupazione, ma elimina anche presidi sociali e di sicurezza.

Ed è vero.

Il negoziante sotto casa era contemporaneamente commerciante, centralino comunale, meteorologo, investigatore di quartiere e archivio storico.

Sapeva chi abitava sopra la farmacia, chi aveva parcheggiato davanti al passo carrabile e probabilmente anche perché i vigili non erano ancora arrivati.

Amazon, per adesso, questa funzione non ce l’ha.

Ma aspettiamo il prossimo aggiornamento.

La situazione diventa ancora più delicata nei piccoli comuni e nelle zone montane, dove la chiusura di un negozio può significare chilometri da percorrere semplicemente per acquistare il pane.

Il presidente provinciale di Confesercenti Mario Landini lo dice senza tanti ricami: possiamo fare tutta la poesia che vogliamo sui negozi di paese, ma se economicamente non stanno in piedi, nessuno li tiene aperti soltanto per rendere più graziosa la fotografia del borgo.

Per provare a invertire la rotta, Confesercenti sta quindi raccogliendo firme per una proposta di legge nazionale dedicata alla rigenerazione urbana e al commercio di prossimità.

Servono 50mila firme.

L’obiettivo è sostenere le attività esistenti e favorire nuove aperture, soprattutto nelle zone dove il negozio non rappresenta soltanto un esercizio commerciale ma un vero servizio alla comunità.

Perché magari un giorno scopriremo che il commercio di vicinato non era una vecchia abitudine da rottamare.

Era quel complicatissimo sistema economico nel quale i soldi guadagnati ad Arezzo qualche volta restavano persino ad Arezzo.

Roba rivoluzionaria.

Nel frattempo continuiamo pure con la modernità.

Negozio chiuso, saracinesca abbassata, posto di lavoro sparito.

Poi tutti su Facebook:

“Ma come mai il centro è morto?”

Consegna gratuita per ordini superiori a 29,90 euro.


Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali e dati diffusi da Confesercenti.

 

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