đˇ Il calice amaranto
Opinioni, impressioni e analisi sul mondo dellâArezzo calcio viste dalla parte del tifoso. Una rubrica di Cesare Fracassi, tra campo, mercato e passione amaranto.
Italia zero, Belgio due.
E, come da tradizione ormai consolidata, appena la Nazionale prende una labbrata ricomincia il funerale del calcio italiano: non abbiamo piĂš giocatori, non nascono piĂš talenti, i giovani di oggi pensano al telefonino, una volta câerano Rivera, Baggio e Totti.
SarĂ .
Ma prima di dichiarare estinto il calciatore italiano, forse converrebbe chiedersi una cosa molto piĂš semplice: quando nasce un ragazzo bravo, siamo ancora capaci di farlo giocare?
PerchĂŠ basta guardare la Serie A.
Nella stagione scorsa quasi sette minuti su dieci sono stati giocati da calciatori non selezionabili per la Nazionale italiana. Insomma, non è proprio facilissimo costruire una grande Italia quando il campionato che dovrebbe alimentarla concede agli italiani circa un terzo dello spazio.
E allora il problema forse non è soltanto che âi ragazzi bravi non nascono piĂšâ.
Magari nascono. Poi devono sopravvivere.
Devono sopravvivere ai settori giovanili, alle gerarchie, agli interessi dei procuratori, agli allenatori che per salvarsi preferiscono il trentenne giĂ pronto al diciannovenne che potrebbe sbagliare due partite.
E soprattutto devono sopravvivere a un calcio diventato un gigantesco mercato permanente.
Si compra allâestero, si presta, si rivende, si fanno operazioni, scambi e plusvalenze. Tutto perfettamente normale quando serve davvero a migliorare una squadra.
Il dubbio viene quando sembra che il movimento dei cartellini sia diventato quasi importante quanto quello del pallone.
Il calciatore non è piÚ soltanto uno che deve saper stoppare una palla.
Ă un patrimonio, un costo, una plusvalenza potenziale, una voce di bilancio.
E il ragazzo del vivaio?
Quello costa poco. Troppo poco, forse.
PerchĂŠ se allevi un giovane per dieci anni e poi lo fai esordire, hai prodotto un calciatore.
Se invece ne compri uno, lo presti, lo riprendi e magari lo rivendi, hai prodotto quattro operazioni.
Il calcio moderno, evidentemente, apprezza molto le operazioni.
Poi però arriva la Nazionale.
Si apre il cassetto e si scopre che gli italiani pronti per certi livelli non sono moltissimi.
E giĂš con le riunioni.
Bisogna rilanciare i vivai.
Bisogna investire sui giovani.
Bisogna valorizzare il talento italiano.
Lo diciamo da vent’anni con una costanza ammirevole. Peccato che nel frattempo i giovani continuino spesso a guardare le partite dalla panchina, che almeno è un ottimo punto panoramico.
Il dato piÚ inquietante non è neppure quanti stranieri giocano in Serie A. Gli stranieri forti alzano il livello del campionato e ben vengano.
Il problema è quando lo straniero mediocre trova spazio piÚ facilmente del giovane italiano promettente.
PerchĂŠ quello sĂŹ che dovrebbe farci qualche domanda.
Non servono frontiere calcistiche, autarchia o undici italiani obbligatori per squadra. Servirebbe semplicemente un sistema nel quale formare un calciatore abbia almeno la stessa dignitĂ economica e sportiva del comprarne uno.
E invece troppo spesso chiediamo a un diciottenne italiano di dimostrare subito di essere un campione, mentre al giocatore acquistato all’estero concediamo tempo perchĂŠ âdeve ambientarsiâ.
A uno perdoniamo tre partite sbagliate.
All’altro, dopo quaranta minuti, abbiamo giĂ deciso che non è pronto.
Poi perdiamo Italia-Belgio 0-2 e ci domandiamo dove siano finiti i talenti italiani.
Forse non sono spariti.
Forse alcuni stanno giocando in Serie B o Serie C.
Altri sono in Primavera.
Qualcuno è in panchina.
E qualcun altro magari ha semplicemente incontrato sulla propria strada un calcio nel quale far crescere un ragazzo richiede tempo, mentre comprare e vendere un cartellino richiede soltanto una firma.
La Federazione può cambiare commissario tecnico, modulo, progetto e slogan.
Ma se alla base il sistema continua a produrre piĂš operazioni di mercato che giocatori per la Nazionale, prima o poi il risultato torna sempre lĂŹ.
Italia zero.
Gli altri qualcosa.
E noi a domandarci, per l’ennesima volta, come sia potuto succedere.
đˇ Il calice amaranto


