Con l’arrivo dell’autunno comincia uno dei grandi riti collettivi della Toscana: la caccia al fungo. C’è chi parte con il paniere, chi con il bastone, chi con il GPS e chi probabilmente con la convinzione che il bosco gli sia stato lasciato dal nonno davanti al notaio.
E, puntuale come le castagne e le discussioni sul meteo, torna anche la guerra tra fungaioli, residenti e “forestieri”.
A riaccendere il dibattito sono gli episodi di auto trovate con le gomme danneggiate nelle zone frequentate dai cercatori. Nei commenti la condanna del vandalismo è quasi unanime, ma subito dopo parte il grande processo popolare al fungaiolo moderno.
Perché secondo molti abitanti delle zone montane il problema esiste davvero: persone che arrivano in massa, entrano nei boschi anche nelle ore più improbabili, raccolgono molto più del necessario, lasciano rifiuti, parcheggiano dove capita e, in qualche caso, entrano in castagneti e proprietà private come se il tesserino per i funghi comprendesse anche l’annessione territoriale.
Dall’altra parte ci sono i cercatori che rispettano le regole e ricordano una cosa piuttosto semplice: bucare le gomme a qualcuno non è un metodo di gestione forestale.
Nei commenti c’è chi racconta di raccogliere bottiglie e lattine trovate nel bosco, chi sostiene che i veri fungaioli siano i primi a rispettare il sottobosco e chi osserva che spesso, a pagare per i comportamenti degli incivili, sono proprio quelli che non hanno fatto niente.
Poi c’è il capitolo dell’ingordigia.
Uno dei temi più ricorrenti riguarda le fotografie delle “tavolate” di porcini pubblicate sui social: cassette, cofani e tavoli pieni come se fosse stata appena conquistata Montecassino. Secondo diversi commentatori questa esibizione avrebbe contribuito a trasformare una passione in una specie di campionato non ufficiale: vince chi porta a casa più chili e soprattutto chi riesce a farli vedere prima su Facebook.
E qualcuno solleva anche il tema della vendita dei funghi raccolti, sostenendo che dietro certe quantità ci sarebbe qualcosa di più del risotto della domenica.
La normativa toscana, però, qualche numero lo mette nero su bianco.
Il limite ordinario giornaliero è di tre chilogrammi a persona. Per i residenti nei territori classificati montani che raccolgono nel proprio Comune di residenza il limite può arrivare a dieci chilogrammi. I residenti in Toscana che raccolgono esclusivamente nel proprio Comune non devono effettuare il versamento regionale, mentre per la raccolta fuori dal Comune di residenza serve l’autorizzazione prevista dalla Regione.
Insomma, il bosco non funziona secondo la regola “chi prima arriva prende anche quelli di domani”.
E il dibattito interessa direttamente anche il nostro territorio.
Tra i commenti compaiono riferimenti al Casentino. Qualcuno ricorda che episodi di gomme bucate sarebbero avvenuti anche in passato, quando nelle giornate di grande nascita i boschi venivano presi d’assalto da cercatori provenienti da altre zone. Altri citano espressamente Quota e Raggiolo.
Racconti e testimonianze personali, naturalmente, che non equivalgono a denunce o fatti accertati caso per caso. Ma descrivono bene una tensione che nelle zone di montagna non nasce certo oggi.
Da una parte c’è chi considera il fungo una risorsa del territorio e chiede rispetto per chi nei boschi ci vive e ci lavora tutto l’anno. Dall’altra chi ricorda che, dove la raccolta è consentita e vengono rispettate le regole, non esistono porcini con la carta d’identità del paese.
In mezzo resta probabilmente l’unica posizione sensata: controlli veri.
Controlli sulle quantità raccolte, sul rispetto delle proprietà, sui parcheggi, sugli orari e sui comportamenti nel sottobosco. E controlli, naturalmente, anche su chi pensa di difendere la montagna trasformandosi nottetempo nel gommista al contrario.
Perché si può discutere quanto si vuole di limiti, tesserini, raccoglitori compulsivi e forestieri che arrivano alle quattro del mattino con la torcia in fronte.
Ma quattro gomme tagliate restano quattro gomme tagliate.
E un porcino, anche bello grosso, ancora non conferisce l’autorità giudiziaria.
Con le prime vere “buttate” autunnali il Casentino si prepara dunque al consueto pellegrinaggio nei boschi. Sarebbe già un progresso riuscire ad arrivare a novembre ricordandosi tre cose: il bosco non è un supermercato, il paniere non è un trofeo e la macchina parcheggiata appartiene a qualcuno.
Pare poco. Per l’umanità del 2026, potrebbe essere un programma ambizioso.
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