Ogni tanto la redazione dell’Ortica entra nei gruppi Facebook aretini per osservare da vicino i dibattiti che animano la città. Non per stabilire chi abbia ragione, impresa ormai affidata agli algoritmi e ai parenti nei pranzi di Natale, ma per raccontare come un problema reale si trasformi, commento dopo commento, in uno specchio perfetto degli umori aretini.
Oggi è toccato al post di Lorenzo dedicato a Rasel Ahmed, neoeletto consigliere comunale di Arezzo nelle file di Forza Italia e presidente dell’associazione del Bangladesh.
Il titolo del post è già un programma politico: “Meno male che Silvio Rasel c’è?”
Il cortocircuito è evidente. Rasel, bersaglio di commenti sull’“islamizzazione di Arezzo” e di richiami al sempreverde “prima gli italiani”, non è stato eletto da una lista della sinistra radicale, da un collettivo sociale o da un’assemblea organizzata davanti a una tisana equosolidale.
È stato eletto con Forza Italia.
E così la politica aretina si è ritrovata davanti a una scena quasi soprannaturale: la destra elegge il primo rappresentante di una comunità straniera e una parte della sinistra si domanda perché non ci sia riuscita lei.
Paolo Nicchi pone il problema senza troppi giri: forse la sinistra dovrebbe interrogarsi sul motivo per cui Forza Italia abbia saputo cercare, trovare ed eleggere un rappresentante della comunità bengalese, mentre il centrosinistra no.
Domanda semplice. Risposte, come da tradizione Facebook, sufficienti per organizzare almeno tre congressi, due scissioni e una raccolta firme.
C’è chi ricorda le esperienze della Casa delle Culture, i corsi di italiano, la formazione professionale e i progetti rivolti alle donne migranti. C’è chi sostiene che la sinistra abbia avuto paura degli attacchi della destra. C’è chi replica che il vero problema non siano gli attacchi, ma il fatto che ormai funzionino, intercettando anche elettori che un tempo votavano a sinistra.
In pratica, mentre Forza Italia portava Rasel in consiglio comunale, la sinistra stava ancora cercando il regolamento delle primarie nel cassetto.
Poi il dibattito, come ogni dibattito aretino che si rispetti, ha iniziato a prendere strade panoramiche.
Dalla rappresentanza politica si è passati allo sfruttamento del lavoro, dalle difficoltà di integrazione ai patrimoni immobiliari, dalle attese nella sanità alle panchine divise per impedire ai senzatetto di dormirci.
Sono comparsi Tajani, Sant’Agostino, Pescaiola, le scuole guida, l’oro, l’argento e perfino le tartarughe di Villa Severi.
A quel punto mancavano soltanto la rotatoria di via Fiorentina e un parere sul modulo dell’Arezzo calcio.
Tra accuse, repliche e profili con pseudonimo, il caso Rasel è diventato rapidamente tutto e il contrario di tutto: simbolo dell’integrazione, operazione elettorale, occasione persa dalla sinistra, problema della destra, speranza della comunità bengalese e probabilmente anche responsabile dei ritardi alle visite cardiologiche.
Il punto politico, però, rimane.
L’integrazione non consiste soltanto nel permettere a qualcuno di lavorare, pagare le tasse, aprire un’attività o partecipare alla festa di quartiere. Significa anche riconoscergli il diritto di rappresentare cittadini, prendere decisioni e perfino scegliere un partito diverso da quello che qualcuno aveva immaginato per lui.
Perché l’idea che un cittadino di origine straniera debba automaticamente votare a sinistra è forse il più curioso dei pregiudizi progressisti.
Rasel Ahmed sarà giudicato per ciò che farà in consiglio comunale, non per il luogo in cui è nato, per la religione che professa o per la casella elettorale che ha scelto.
Nel frattempo, nei gruppi Facebook aretini il processo è già iniziato.
La sentenza arriverà subito dopo l’ultimo commento.
Quindi mai.


