🍷 Il calice amaranto
Opinioni, impressioni e analisi sul mondo dell’Arezzo calcio viste dalla parte del tifoso. Una rubrica di Cesare Fracassi, tra campo, mercato e passione amaranto.
Atalanta 3, Arezzo 2. Il risultato dice sconfitta, ma il Calice Amaranto stavolta non è rimasto vuoto. Anzi, per lunghi tratti si è riempito di buone indicazioni, qualche conferma e almeno un paio di avvertimenti che mister Bucchi dovrà appuntarsi prima che il calcio d’estate lasci spazio a quello con i punti veri.
La cronaca la lasciamo volentieri a chi ama raccontare anche le rimesse laterali. Qui interessano le sensazioni, il gioco e soprattutto capire se questo Arezzo abbia intenzione di affrontare la nuova stagione in piedi oppure appoggiato, come troppo spesso accade, sul culaccio del bicchiere.
Rispetto alla partita con il Napoli, le linee sono apparse più distanti e la squadra meno raccolta. Un’impostazione che ricorda in parte l’Arezzo della passata stagione, con una maggiore volontà di costruire e ripartire, ma anche con qualche spazio di troppo concesso agli avversari.
Il gol di Arena non deve niente agli schemi, ai movimenti preparati o alle lavagnette magnetiche. È pura classe. Una conclusione che ricorda quelle già mostrate nel finale dello scorso campionato: palla sistemata, sguardo alla porta e traiettoria che parte con destinazione paradiso. Quando il talento decide di fare da sé, gli allenatori possono soltanto fingere che fosse tutto previsto.
Il raddoppio di Illanes, invece, ha portato l’Arezzo a scegliere maggiormente il contenimento e le ripartenze. Una strategia che ha anche funzionato, perché gli amaranto hanno sfiorato il terzo gol prima con Sala e poi con Cerri.
Nel primo tempo Gilli e Viviani hanno dato ordine all’impostazione. Renzi è stato costretto soprattutto a contenere, considerando che dalla sua parte agiva un certo Raspadori, uno che di solito non viene schierato per ammirare il paesaggio.
Con le linee strette, Gilli e Illanes hanno dato sicurezza. Quando però la squadra si è allungata, sono emerse le difficoltà nel gestire la velocità degli atalantini. La folata di Sulemana, accompagnata da una conclusione a giro simile per bellezza a quella di Arena, ha mostrato quanto l’Arezzo possa soffrire quando gli avversari accelerano improvvisamente.
Anche il secondo gol bergamasco è nato dalla rapidità degli scambi. Maldini ed Ederson hanno duettato in velocità, trovando una difesa amaranto ancora in fase di assestamento dopo i cambi. Il fatto che fosse calcio di luglio può essere un’attenuante, ma non deve diventare una coperta sotto cui nascondere la difficoltà dei nostri centrali quando vengono attaccati in campo aperto.
Sul terzo gol di Krstovic c’era poco da fare, esattamente come sul colpo di testa di Illanes nel primo tempo. Seculin e Trombini hanno avuto responsabilità limitate sulle reti subite: quando gli avversari entrano in area con quella rapidità, il portiere spesso può soltanto scegliere il lato dal quale raccogliere il pallone.
Sulla fascia sinistra, Righetti ha avuto di fronte il giovane Cassa, ma ha trovato anche il modo di accompagnare Tavernelli e creare superiorità. Belladonna ha retto come poteva, mentre al centro Scalvini ha limitato Cerri, soprattutto nel gioco aereo. Del resto, marcare il nostro ariete lasciandogli libertà sarebbe stato un gesto di cortesia eccessiva persino per un’amichevole.
Sala e Ionita hanno dovuto lavorare più in copertura che in costruzione, mentre Viviani ha mostrato una buona capacità di impostare quando non veniva pressato. Un dettaglio importante, perché contro squadre che concederanno meno tempo servirà capire se la stessa qualità riuscirà a emergere anche sotto aggressione.
Nel secondo tempo sono arrivate buone indicazioni da Casarosa, apparso in crescita, e da Coccia, giocatore dalla corsa generosa e dalla capacità di spingere che, personalmente, terrei sempre dentro il bicchiere. Varela è stato meno incisivo quando c’era da cambiare l’inerzia della partita, mentre Goretti e Manes hanno lottato come sempre.
A Cianci, poveraccio, non sono arrivate nemmeno le briciole. E senza palloni giocabili anche un attaccante di peso finisce per sembrare un cameriere invitato alla cena quando ormai hanno sparecchiato.
Resta la sensazione che nella ripresa manchi ancora un giocatore capace di accendere la squadra, saltare l’uomo e dare imprevedibilità. In questo senso, l’interesse per la punta juventina Lorenzo Anghelè non sembra campato per aria. Servirebbe un elemento in grado di cucire il gioco e accompagnare gli attaccanti, specialmente quando gli avversari alzano il ritmo.
In una partita di campionato, vedere Coccia, Varela e Chierico entrare tutti insieme già al 46’ avrebbe probabilmente fatto sobbalzare il bicchiere. Ma siamo in preparazione, ed è giusto provare, sbagliare e verificare anche soluzioni che a settembre potrebbero finire in qualche cassetto.
La conclusione è semplice: l’Arezzo soffre la velocità degli avversari e deve migliorare nella gestione delle distanze, soprattutto quando perde compattezza. Però l’affiatamento cresce, il gioco si vede e la squadra non ha rinunciato a proporre calcio contro un’avversaria di categoria superiore.
È calcio di luglio, quindi niente processi e niente statue equestri. Ma perdere 3-2 contro l’Atalanta, dopo essere andati avanti di due gol e aver creato altre occasioni, non è certo materiale da buttare nel lavandino.
Il Calice Amaranto stavolta è mezzo pieno. Basta non berlo tutto d’un fiato e ricordarsi che, prima dell’inizio del campionato, dentro bisognerà aggiungere velocità, compattezza e almeno un’altra dose di qualità.
Foto: S.S. Arezzo


