(Per chi ha voglia di ridere e pensarci su)
Eh beh, ormai lo sapete: se non lo leggi con la carta carbone, non è vero. Così va la piazza digitale, dove una foto + quattro parole buttate lì fanno più rumore di una fiera di paese. Il 25 settembre s’è visto l’ennesimo gioiellino: uno screenshot, la faccia di Laura Boldrini e il titolo che suona come una barzelletta mal scritta — «consenso scritto della donna prima di un rapporto sessuale». Subito partono i commenti: «porta il notaio», «firma in triplice copia», «marca da bollo e leccata per validità» — insomma, l’apoteosi dell’italica saggezza.
Ma prima di tirare fuori la penna rossa e il timbro, fermiamoci un attimo e ragioniamo.
Parte prima
Il giornaletto di turno riprende un altro giornaletto, che a sua volta infila in testa alla gente una frase che non è mai stata detta. È come quel vicino che racconta la storia di un’elefante che sa volare: tutti ridono, qualcuno ci crede, l’elefante va in pensione. Il risultato? Meme, risate, volgarità a fiumi e la solita sfilata di manganellate verbali che passano per «commento brillante».
La verità è più noiosa: né Boldrini né Valente hanno detto «scrivi, firma e autenticati dal notaio prima di ogni scopata», e la proposta di legge che si cita non parla di carte bollate né di triplice copia. Si parla — seriamente — di mettere il consenso al centro del reato di violenza sessuale: che significa valutare se c’era libera volontà, se è stato revocato, se l’atto è avvenuto senza costrizione. Roba da giuristi, non da fiera del pulcino.
Parte seconda
Le passioni tristi — ira, vanità, paura — spingono gli uomini a diffondere e credere alle favole che soddisfano l’orgoglio o la rabbia. Il social network è quel luogo dove queste passioni si amplificano: l’immagine sensazionale accende l’immaginazione, la mente si accontenta di poco, e la verità rimane in disparte.
Il dovere della ragione è semplice: distinguere tra causa ed effetto. Qui la causa è l’articolo sensazionalista; l’effetto è la cascata di risate e insulti. Perché succede? Perché è più comodo ridere che leggere il testo della proposta di legge. La virtù, è capire le cause e agire per ridurre le passioni che ci imprigionano — e quindi, magari, leggere l’articolo originario prima di condividere il titolo.
Parte terza — un minimo di buon senso (e qualche consiglio, senza fare i maestrini)
- Leggi la fonte primaria. Se c’è una proposta di legge, leggi cosa dice. Non basta un titolo urlato.
- Se senti che vuoi ridere o insultare, pensa: sto rispondendo alla verità o all’emozione? È un piccolo check che risparmia figuracce.
- La satira? Ben venga — ma la satira che nasce dalla falsità non è satira: è disinformazione mascherata.
- Se parliamo di consenso: l’oggetto politico non è la burocrazia della carta, ma la tutela della libertà e dell’integrità della persona. Parliamone seriamente, senza battute sul notaio.
Conclusione
Allora, tra una battuta e l’altra, la lezione è questa: possiamo ridere della fandonia, possiamo prendercela con il giornaletto che la spara grossa, ma se non ricominciamo a distinguere la verità dall’urlo, ogni giorno avremo una nuova “boldrinata” da sbeffeggiare.
«Non è colpa del vento se la barca gira — ma è colpa nostra se non regoliamo le vele». Quindi, prima di stampare il modulo in triplice copia, apri il link, leggiti la proposta, e se proprio vuoi fare satira, falla sulla base dei fatti — che fa più danno ridere con la testa che ridere a vuoto.
Fine della fiera: bolli, notai e firme restano roba da commedie; il consenso resta una questione seria.

