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Mattinata al pronto soccorso di Arezzo: entra per un dolore, esce con la laurea in pazienza

Una cittadina racconta su Facebook una mattinata difficile tra attese e presunta maleducazione. Nei commenti partono diagnosi, denunce, difese del personale e perfino minacce col palo: il vero codice rosso resta quello della conversazione civile

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Mattinata al pronto soccorso di Arezzo: entra per un dolore, esce con la laurea in pazienza

Una cittadina racconta su Facebook una mattinata difficile tra attese e presunta maleducazione. Nei commenti partono diagnosi, denunce, difese del personale e perfino minacce col palo: il vero codice rosso resta quello della conversazione civile

Ormai quasi ogni giorno la redazione dell’Ortica si affaccia sui gruppi Facebook aretini e sui profili di amici, lettori e cittadini. Non per distribuire patenti di ragione, attività già praticata gratuitamente da mezzo internet, ma per raccogliere segnalazioni, sfoghi e discussioni che raccontano Arezzo dal basso, spesso meglio di tanti comunicati impettiti.

Stavolta è toccato al pronto soccorso dell’ospedale di Arezzo, luogo nel quale si entra con un problema di salute e, nei giorni più complicati, si rischia di uscire con un master in attesa, autocontrollo e osservazione della natura umana.

A raccontare la propria esperienza nel gruppo Facebook “Sei di Arezzo se…” è Lucia, che descrive una mattinata definita senza troppi giri di parole “agghiacciante”.

Secondo il suo racconto, all’accettazione ci sarebbe stata un’infermiera dai modi particolarmente sbrigativi e poco cordiali. Dopo quasi un’ora di fila sarebbe arrivata una seconda operatrice, giusto in tempo per il passaggio di una delegazione della Regione Toscana.

Una coincidenza probabilmente casuale, ma sui social le coincidenze hanno la stessa credibilità di un assessore che inaugura una buca appena richiusa.

Passata la delegazione, racconta l’autrice del post, la seconda infermiera sarebbe scomparsa e l’accettazione sarebbe tornata nelle mani della collega descritta come apparentemente “presa da odio verso l’universo”.

Il momento di maggiore tensione sarebbe arrivato quando il familiare di un paziente, ancora dolorante dopo la somministrazione di una Tachipirina, avrebbe chiesto maggiore attenzione. La risposta, secondo la testimonianza, sarebbe stata condita da arroganza, maleducazione e quella particolare forma di accoglienza capace di far rimpiangere perfino la voce registrata del numero unico sanitario.

Naturalmente l’Ortica non era presente e non può verificare direttamente quanto accaduto. Non conosciamo il contesto clinico, il carico di lavoro, il numero dei pazienti presenti né la versione del personale sanitario.

Ma su Facebook questi dettagli vengono considerati ostacoli burocratici alla sentenza immediata.

Così, nel giro di pochi minuti, sotto il post è stato aperto il pronto soccorso parallelo della cittadinanza.

C’è chi suggerisce di prendere nome, cognome e numero di tesserino. Chi invita a inviare una segnalazione all’Urp o alla direzione sanitaria. Chi sostiene di aver vissuto esperienze analoghe e chi pensa di aver addirittura riconosciuto l’infermiera dalla descrizione, nonostante non fosse stato fornito alcun identikit.

Sono comparsi anche colore dei capelli e degli occhi, perché ad Arezzo pure una discussione sulla sanità può trasformarsi in una puntata di “Chi l’ha visto?”.

Altri utenti hanno provato ad allargare il ragionamento ricordando le difficoltà del personale sanitario: organici ridotti, turni massacranti, burocrazia, disorganizzazione, stipendi non proprio da emiro e pazienti che arrivano al pronto soccorso anche per problemi che potrebbero essere gestiti altrove.

Un cittadino ha infatti ricordato che c’è chi va al pronto soccorso “a ogni cacata”, espressione clinicamente poco elegante ma perfettamente comprensibile anche senza laurea in medicina.

La discussione si è quindi divisa nei due tradizionali reparti del dibattito italiano.

Da una parte: “Se non hai la vocazione, cambia mestiere”.

Dall’altra: “L’infermiere non è un prete e la vocazione non basta quando devi assistere mezzo ospedale con tre colleghi e una stampante che non funziona dal governo Monti”.

In mezzo è rimasto il paziente, quello vero, che probabilmente chiedeva soltanto di essere curato senza dover partecipare a un referendum nazionale sulla crisi della sanità pubblica.

Qualcuno ha raccontato invece un’esperienza positiva, sottolineando di essersi trovato bene e ricordando che medici, infermieri e operatori sono spesso troppo pochi rispetto al numero delle persone da assistere.

Una precisazione necessaria, perché fare di tutta l’erba un fascio è facile. Specialmente quando il fascio lo deve sistemare qualcun altro durante il turno di notte.

La discussione, però, ha toccato anche toni decisamente meno presentabili. Un commentatore ha scritto che la prossima volta potrebbe presentarsi con un palo. Un altro ha osservato che messaggi simili rischiano di alimentare pregiudizi e violenza contro una categoria che già lavora in condizioni difficili.

Ed è qui che il termometro del dibattito ha raggiunto i quaranta.

La maleducazione, quando c’è, deve essere segnalata attraverso i canali ufficiali. Non giustificata, non trasformata in abitudine e nemmeno curata a colpi di bastone, terapia che al momento non risulta inserita nei livelli essenziali di assistenza.

Allo stesso modo, una testimonianza individuale non può diventare automaticamente una condanna collettiva contro tutti gli infermieri del pronto soccorso.

La questione seria che emerge dal post è doppia.

Chi entra in ospedale si trova spesso in una condizione di paura, dolore e fragilità e ha diritto a essere trattato con rispetto. Chi lavora in ospedale affronta carichi, responsabilità e tensioni che non possono essere ignorati o liquidati con il classico “se non ti piace cambia lavoro”, come se ad Arezzo ci fossero tremila infermieri di riserva parcheggiati al Pionta.

Una segnalazione circostanziata all’Urp, indicando giorno, orario e reparto, è certamente più utile di una caccia al colpevole sui social.

Facebook può accendere un faro su un problema. Non può svolgere il triage, ascoltare tutte le parti e prescrivere la cura.

Anche perché, leggendo certi commenti, il primo intervento urgente sembrerebbe essere una robusta flebo di calma collettiva.

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