Il carcere di Arezzo ha un problema che ormai non sta più dietro le sbarre: si vede benissimo anche da fuori. Dopo una visita alla casa circondariale di via Garibaldi, la Camera Penale aretina descrive una struttura fatiscente, poco funzionale e con spazi insufficienti. E mentre si discute di rieducazione, reinserimento e dignità, il cantiere sembra aver scelto una linea più tradizionale: pena lunga e nessuna prospettiva di liberazione anticipata.
La delegazione, guidata dal presidente Andrea Frosali e composta dal consiglio direttivo della Camera Penale di Arezzo, ha visitato l’istituto il 27 agosto. Il quadro emerso è pesante: celle piccole, servizi igienici giudicati inadeguati, scarsa luminosità e praticamente nessuno spazio esterno che non sia cemento.
Il dato più eloquente riguarda però l’agibilità. Circa due terzi della struttura non sarebbero utilizzabili e i poco più di quaranta detenuti presenti sono quindi concentrati nella parte rimasta disponibile. Il carcere non è affollato secondo i numeri assoluti, ma riesce comunque a esserlo nei metri quadrati effettivamente utilizzabili. Un piccolo capolavoro di geometria amministrativa.
Nel frattempo restano i lavori avviati da anni e ancora incompiuti. Secondo la Camera Penale, anche una loro eventuale conclusione porterebbe soprattutto un aumento della capienza, stimato in circa ottanta posti, senza risolvere davvero i problemi qualitativi della struttura. Tradotto dal burocratese: più spazio per mettere persone, non necessariamente un posto migliore dove tenerle.
Le difficoltà non riguardano soltanto i detenuti. Anche la Polizia penitenziaria, pur con un organico indicato come solo leggermente inferiore al necessario, deve lavorare in un edificio poco funzionale, difficile da controllare e reso ancora più complicato dalla presenza del cantiere. Perché evidentemente sorvegliare un carcere non era già abbastanza semplice.
Da qui la proposta degli avvocati: rimettere mano al progetto complessivo, ormai considerato superato, e valutare insieme al Comune di Arezzo soluzioni più radicali. Le ipotesi vanno dalla realizzazione di una nuova ala, costruita con criteri moderni, fino alla possibilità di una diversa ubicazione dell’intera struttura, recuperando anche spazi verdi e veri luoghi di socialità.
Il tema arriverà sabato 19 settembre a Firenze, durante la giornata di studi organizzata dall’Unione Camere Penali Italiane sullo stato dell’esecuzione penale. Le visite effettuate durante l’estate in oltre cento istituti italiani serviranno a comporre una fotografia nazionale. Quella di Arezzo, almeno secondo gli avvocati, non avrà bisogno di filtri per sembrare vecchia.
Il punto, in fondo, è semplice: una pena stabilita da un tribunale non dovrebbe comprendere anche tubature, muri e cantieri condannati all’abbandono. Se il carcere deve servire alla sicurezza e al reinserimento, prima o poi toccherà costruire una struttura che non abbia bisogno essa stessa di essere rieducata.
Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali.


