Capitolo 6 Interludio – I Seguaci di Polifemo
Due giorni dopo, durante i lavori di messa in sicurezza, trovarono una pietra nera incastonata nella soglia del padiglione.
Nessuno ricordava di averla mai vista prima.
Sulla superficie, un’incisione semplice: una spirale che finiva in un punto.
Un occhio.
Aperto.
Serena lo toccò con un dito.
Freddo. Immobile.
Ma nel riflesso vide la città, il lago, e un cerchio di luce che si allargava piano, come una marea che non voleva fermarsi.
«Non dovresti toccarla.»
La voce non apparteneva a Ricci.
Dal corridoio laterale del padiglione, una figura emerse lentamente.
Un uomo alto, magro, con un impermeabile scuro e capelli corti argentati.
Nessuno lo aveva mai visto nei sopralluoghi.
Eppure si muoveva come se conoscesse il luogo meglio di chiunque altro.
«Mi chiamo Calderoni,» disse con calma.
«So che avete trovato il condotto sotto Via Albergotti.»
Serena irrigidì le spalle.
«Chi gliel’ha detto?»
L’uomo sorrise appena.
«Mettiamola così… io non ho bisogno che qualcuno mi dica nulla. Io vedo ciò che la città vuole nascondere.»
Ricci gli si mise davanti, mano sulla fondina.
«Lei non fa parte della squadra comunale. Né della Soprintendenza. Né della polizia scientifica. Chi diavolo è?»
Calderoni lo ignorò, avvicinandosi alla pietra nera.
«I seguaci di Polifemo la chiamavano la Pupilla Sommersa. Una pietra che non riflette: assorbe. È una chiave, non un ornamento.»
Serena deglutì.
«Lei conosce le leggende.»
«Leggende?» Calderoni rise piano.
«Nel Duomo, sotto l’altare maggiore, c’è un punto in cui la bussola impazzisce dalla notte dei tempi. I monaci benedettini annotarono il fenomeno nel 1574. Dicono che un’energia antica scorra sotto la città, una corrente che risponde alla luce, all’acqua e… ai morti.»
Ricci lo afferrò per un braccio.
«Adesso basta. Viene con noi.»
Calderoni si lasciò prendere, come se fosse parte del piano.
Poi, con un gesto rapido e preciso, premette la mano sulla pietra.
Un rumore sordo riempì la sala.
Il pavimento tremò.
Dal centro della sala si spalancò una fessura, stretta ma profonda: un passaggio verticale che scendeva sotto il padiglione.
«Sta impazzendo?!» gridò Ricci.
Calderoni lo spinse con una forza sorprendente.
Il tenente barcollò, scivolò sul pavimento bagnato e rotolò nel varco aperto.
«RICCI!» urlò Serena.
Lei fece per lanciarsi dietro di lui, ma Calderoni la afferrò per il polso.
Non con violenza: con freddezza.
«Non ti ucciderà. Non ora. Ha bisogno di lui. Di entrambi.»
La trascinò verso l’apertura.
«Chi ha bisogno?» chiese Serena, lottando.
L’uomo si piegò, fissando l’oscurità sotto i loro piedi.
«La città.»
La caduta fu breve.
Qualcuno, Ricci, la afferrò a mezz’aria, smorzandole l’impatto.
Si ritrovarono in un corridoio di marmo scuro, lucido come ossidiana bagnata.
Calderoni atterrò con una leggerezza innaturale.
Da sotto, un rumore profondo.
Non acqua.
Non vento.
Qualcosa di simile a un diaframma gigante che si espandeva e contraeva lentamente.
«È il Respiro della Città,» disse Calderoni avanzando.
«Gli antichi seguaci di Polifemo credevano che Arezzo fosse costruita su un organismo vivente.
Il Duomo è il suo cranio.
Il Padiglione è la sua pupilla.
E questo» toccò la parete, che vibrò «è il suo nervo ottico.»
Ricci estrasse la torcia, barcollando ancora.
«Lei è un pazzo. Questa è solo una cavità naturale.»
Calderoni gli sorrise.
Uno di quei sorrisi che annunciano la fine di qualcosa.
«Allora perché si muove?»
E il tunnel si mosse.
La luce della torcia di Ricci tremolò.
Un’onda percorse la volta del corridoio, come pelle d’animale sotto un colpo improvviso.
«Serena,» sussurrò lui, «stai indietro.»
Calderoni sollevò entrambe le mani.
La pietra nera incastonata nel suo guanto iniziò a pulsare.
Il tunnel rispose.
Il pavimento si sollevò, separando Serena da Ricci con un muro liquido di marmo che pareva respirare.
«Cosa vuoi da noi?» gridò Serena.
«Una cosa semplice: completare ciò che Lucia Caselli ha iniziato.»
«Lucia è morta!»
«No.»
Calderoni la fissò con occhi lucidi.
«Lucia ha aperto la città. Io devo solo… svegliarla.»
Ricci tentò di colpirlo.
L’uomo gli sfuggì con un movimento fluido, quasi impossibile in uno spazio così stretto.
Un colpo.
Un altro.
La torcia rotolò via.
La pietra nel guanto di Calderoni brillò.
La marea luminosa si sollevò dal pavimento, avvolgendo Ricci in un’onda di luce e acqua.
«NO!» urlò Serena, cercando di raggiungerlo.
La città, o ciò che viveva sotto, sembrò rispondere con un boato.
Il muro tra Serena e i due collassò, spruzzando acqua e frammenti di marmo.
Serena cadde a terra.
Quando rialzò la testa, vide Ricci ansimare, in ginocchio, mentre una luce pulsante gli scorreva sulle braccia, sulle tempie, sugli occhi.
Striature luminose, come vene invertite.
Calderoni lo osservava, sereno.
«È scelto,» disse.
«La città lo ha riconosciuto.»
Serena si trascinò verso di loro, tremante.
«Che cosa gli hai fatto?»
«Nulla che non fosse già in lui.»
L’uomo le porse la mano.
«Ora tocca a te.»
