A “Rezzo” basta nominare Mengo e Arezzo Wave nella stessa frase per far partire il dibattito. Non serve nemmeno accendere il microfono: qualcuno tira fuori i conti, qualcun altro i ricordi e in cinque minuti siamo già alla guerra civile culturale, naturalmente combattuta al tavolino del bar.
La discussione che continua a circolare negli ambienti cittadini parte dai prezzi di alcuni concerti del Mengo. Per i Subsonica si è parlato del biglietto a 45 euro, mentre per un’altra serata il prezzo indicato sarebbe di 35 euro.
Fin qui, nulla di scandaloso in assoluto. Gli artisti costano, i palchi pure, la sicurezza non lavora per la gloria e perfino i bagni chimici, esseri assai meno talentuosi dei Subsonica, pretendono di essere pagati.
Il nodo politico e culturale è un altro: secondo chi alimenta il confronto, il festival riceverebbe contributi dal Comune, da Estra e da altre partecipate o realtà legate al territorio. E allora la domanda, posta con la consueta delicatezza aretina, diventa: se con i contributi il biglietto costa 45 euro, senza quanto costava, cento?
Una battuta, certo. Ma con dentro una questione seria: quale rapporto deve esserci tra sostegno pubblico, accessibilità degli eventi e prezzo pagato dal pubblico?
Il paragone con Arezzo Wave torna inevitabile. Nel racconto di chi quella stagione l’ha vissuta da protagonista, uno degli scontri più duri con l’amministrazione comunale del 2006 nacque dall’introduzione di un biglietto serale da appena 5 euro.
Cinque euro dopo le 21 per assistere a concerti con nomi come Skin, Sinéad O’Connor e Gianna Nannini. Non proprio la sagra del ranocchio con l’orchestra del cugino.
Eppure quei cinque euro provocarono polemiche, discussioni politiche e richieste di destinare parte dell’incasso al sociale. Saltò fuori perfino l’argomento delle casalinghe che, cucinando fino alle nove, sarebbero state penalizzate dal pagamento.
Una pagina gloriosa della filosofia amministrativa locale: Skin andava bene, purché non disturbasse il ragù.
Oggi, invece, il pubblico paga cifre ben più alte e la polemica sembra concentrarsi soprattutto sul cortocircuito tra contributi pubblici e ingresso a pagamento. Non perché un festival sostenuto dagli enti debba necessariamente essere gratuito, ma perché sarebbe utile sapere con chiarezza quanto arriva dal pubblico, quanto dagli sponsor e quanto viene chiesto agli spettatori.
Nel confronto entra anche il tema degli sponsor legati ad alcolici e superalcolici, mentre alcuni contributi verrebbero giustificati richiamando socialità, aggregazione e stili di vita sani. Anche qui il paradosso è servito bello fresco: la moderazione si promuove sotto il logo dell’amaro, ma evidentemente è una faccenda di equilibrio.
La differenza con altre manifestazioni pubbliche viene riassunta così: altrove il Comune paga lo spettacolo e il cittadino entra gratis; ad Arezzo, secondo i critici, il Comune contribuisce e il cittadino paga comunque il biglietto.
Naturalmente i due modelli, Mengo e Arezzo Wave, appartengono a epoche diverse, con strutture, organizzazioni e mercati musicali difficilmente sovrapponibili. Usare i cinque euro di vent’anni fa come confronto matematico sarebbe troppo facile e anche un po’ furbetto.
Ma resta il dato politico: quando Arezzo Wave tentò di introdurre un contributo minimo, scoppiò il finimondo. Oggi cifre molto più elevate vengono considerate parte normale dell’offerta culturale.
Forse non è soltanto cambiato il prezzo dei concerti. È cambiata anche la memoria cittadina, che come spesso accade a “Rezzo” funziona benissimo sulle multe prese nel 1997 e assai peggio quando bisogna ricordare le polemiche culturali di ieri.


