Capitolo 5 – Il Cerchio della Città
Non esistono documenti ufficiali che parlino di loro.
Quello che sappiamo è ciò che rimane ai margini: note a matita, glosse cancellate, incisioni su pietra.
Frammenti che, messi insieme, raccontano una storia troppo coerente per essere ignorata.
I seguaci di Polifemo non adoravano il gigante omerico.
Il nome era una metafora, un codice.
Per gli etruschi di Arretium, Poluphemos significava “Colui che vede tutto”.
Non un mostro: un occhio eterno, un punto di percezione nascosto nella terra.
I culti sotterranei di quell’epoca praticavano rituali di riflessione della luce nelle tombe ipogee.
Creavano camere in cui l’acqua fungeva da specchio, convogliando bagliori lungo cunicoli stretti, fino a farli emergere in superficie in determinati giorni dell’anno.
Era un modo di “ricordare agli dei dove guardare”.
Secondo alcuni archeologi mai creduti del tutto, ad Arretium questo culto era più forte che altrove:
si credeva che la città stessa potesse vedere.
Tra il IX e il XII secolo, le allusioni ai Poluphemoi scompaiono bruscamente dalle cronache.
Non è un caso.
In questo periodo, il Duomo di Arezzo venne ricostruito più volte, sempre nello stesso punto dove, secondo leggende locali, “le pietre si muovevano di notte”.
Un documento del 1187, ritrovato solo nel 1972 in un archivio privato, afferma:
“Per tre notti vi fu un bagliore sotterraneo che faceva tremare le navate. Fu chiamato il Convito dell’Occhio.
I mastri tagliapietre rifiutarono di lavorare finché quel cerchio non fu chiuso.”
L’abate che scrisse quelle righe morì una settimana dopo, trovato nella cisterna del chiostro, con la fronte marchiata da un cerchio di cenere.
La storia fu messa a tacere.
Tra il XV e il XVI secolo, Arezzo attirò matematici, ottici, misuratori di prospettiva.
Molti vennero chiamati per lavorare ai restauri del Duomo e alle nuove cappelle laterali.
Alcuni studiosi moderni hanno notato che l’intera struttura presenta anomalie magnetiche: la bussola devia leggermente lungo la navata principale, formando un angolo che coincide perfettamente con il cerchio geometrico delle targhe di pietra nere ritrovate da Serena.
Si dice che un piccolo gruppo di architetti e notai, i “Correttori della Luce”, mantenevano viva una versione rinascimentale del culto antico.
Una lettera del 1511, attribuita a Baldassarre Peruzzi, recita:
“Arezzo è costruita come una camera ottica.
Non va illuminata troppo, né lasciata nel buio.
Bisogna governare il suo occhio come si governa quello di un gigante addormentato.”
È la prima volta che appare la parola gigante associata alla città.
Con l’arrivo delle accademie di scienze, le leggende dovevano essere liquidate.
Eppure, proprio nell’Ottocento ricompare il simbolo che ora Serena vede ovunque: un occhio inciso all’interno di una spirale.
Molti documenti dell’Archivio Vasariano mostrano questo simbolo nei margini di tavole idrauliche, mappe dei cunicoli, progetti di drenaggio.
È la firma ricorrente di un gruppo di tecnici cittadini anonimi, mai registrati per nome, che si facevano chiamare:
L’Unico Cerchio.
Non erano un culto religioso.
Non erano un ordine massonico.
Eppure, seguivano un principio fondamentale:
“La città vede ciò che noi lasciamo vedere.”
Alcuni storici sospettano che abbiano manipolato gli scoli, ampliato cunicoli, inserito pietre minerarie lucide nelle targhe delle vie…
per ridare forma al cerchio originario, quello che Polifemo, o ciò che rappresentava, esigeva.
Tra il 1935 e il 1962, nel Duomo e nella Fortezza si registrarono blackout inspiegabili, improvvisi abbassamenti di pressione dell’acqua e oscillazioni luminose contemporanee.
Durante i lavori del ’58, gli elettricisti notarono che il pavimento sembrava “respirare” durante le variazioni di tensione.
Una testimonianza anonima riportata nel 1964 afferma:
“Sentimmo un colpo sotto l’altare, come qualcosa che bussasse dal basso.
Nessuno volle scendere a controllare.”
Negli stessi anni, sparirono dai registri due tecnici comunali che lavoravano al sistema idrico antico.
Sul loro banco di lavoro fu trovato solo un quaderno: pagine bianche, tranne una frase sulla copertina interna:
“L’occhio deve aprirsi.
E chi lo apre non torna indietro.”
Gli studiosi moderni non parlano più dei seguaci di Polifemo.
Nei convegni, il loro nome provoca imbarazzo.
Eppure, molte anomalie di Arezzo, la sua ossessione per la luce, le sue leggende lacustri, le sue pietre nere, coincidono troppo bene con i loro rituali.
Si dice che oggi sopravvivano in forme diverse:
urbanisti
restauratori
tecnici del sottosuolo
archivisti silenziosi
e, soprattutto, coloro che conoscono la rete di pietra e acqua sotto la città.
Tra questi, alcuni nomi si sono ripetuti nei secoli.
Sempre gli stessi cognomi, con piccole variazioni.
Famiglie che sembrano “seguire la luce”.
E un cognome, tra questi, ricorre più degli altri:
Calderoni.





