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La Giostra si laurea: 110 e lode a una tesi che la porta dritta tra i beni culturali immateriali

Enrico Carboni si è laureato ad Arezzo con una tesi sulla Giostra del Saracino come espressione identitaria della città: al centro il possibile riconoscimento della manifestazione come patrimonio culturale immateriale

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La Giostra si laurea: 110 e lode a una tesi che la porta dritta tra i beni culturali immateriali

Enrico Carboni si è laureato ad Arezzo con una tesi sulla Giostra del Saracino come espressione identitaria della città: al centro il possibile riconoscimento della manifestazione come patrimonio culturale immateriale

Ad Arezzo, ogni tanto, succede anche una cosa rivoluzionaria: invece di limitarsi a litigare su chi ha preso il cinque al Buratto, qualcuno prende la Giostra del Saracino, la studia sul serio e ci costruisce sopra una tesi di laurea da 110 e lode.

È successo questa mattina al Palazzo di Fraternita, dove Enrico Carboni si è laureato nel corso di laurea in Scienze dei servizi giuridici del Dipartimento di Giurisprudenza, con una tesi dal titolo “La Giostra del Saracino come espressione identitaria della Città di Arezzo”, relatrice la professoressa Annalisa Gualdani.

E no, non si tratta dell’ennesima ode romantica a lance, cavalieri e bandiere buone per i dépliant turistici. Il punto della tesi è molto più sostanzioso: la Giostra viene letta come patrimonio culturale immateriale vivente, cioè come una manifestazione che non vale soltanto per lo spettacolo in piazza, ma per tutto ciò che custodisce e trasmette: rituali, saperi, regole, memoria collettiva, identità cittadina e ruolo delle comunità che la tengono in piedi.

Nel lavoro di Carboni, la Giostra non è considerata una semplice rievocazione storica da cartolina, ma un organismo vivo che si regge sui Quartieri, sulle associazioni, sulla partecipazione popolare e su una tradizione che si rinnova continuamente. È qui che entra il cuore giuridico della ricerca: il possibile inquadramento del Saracino come bene culturale immateriale, alla luce della normativa internazionale e nazionale richiamata nella tesi, a partire dalla Convenzione UNESCO del 2003 fino alla più recente legge sulle rievocazioni storiche.

Tradotto dal giuridichese all’aretino corrente: la Giostra, secondo questo studio, non è solo folklore da esibire due volte l’anno, ma un patrimonio da riconoscere, tutelare e valorizzare con strumenti più solidi, sul piano culturale e normativo. Un passaggio che potrebbe rafforzarne la collocazione anche a livello nazionale, riconoscendo non solo l’evento finale, ma il lavoro quotidiano, la trasmissione dei saperi e il radicamento sociale che ruotano attorno alla manifestazione.

La tesi insiste infatti su un punto decisivo: la Giostra vive perché esiste una comunità che la pratica, la organizza, la difende e la tramanda. Senza questo tessuto, resterebbe solo la scenografia. Con questo tessuto, invece, diventa una vera espressione identitaria della città.

Insomma, per una volta Arezzo non si è limitata a dire che la Giostra è importante “perché sì”. Stavolta c’è anche una tesi di laurea che prova a dimostrarlo con argomenti, norme e prospettive concrete. E già questo, in una città dove spesso si urla molto e si studia poco, è quasi una notizia nella notizia.

Il voto finale, 110 e lode, mette il sigillo accademico a un lavoro che parla di Saracino ma, in fondo, parla soprattutto di Arezzo: di come una tradizione possa restare viva senza ridursi a souvenir, e di come perfino una città abituata a discutere di Giostra al bar possa ogni tanto ritrovarsi a discuterne anche in termini di diritto, tutela e patrimonio culturale.

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