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Orti urbani di San Lorentino: per ora cresce bene solo la polemica

Alberelli secchi, cemento bollente e manutenzione dispersa: sui gruppi Facebook gli aretini hanno già raccolto il primo prodotto del progetto, una rigogliosa piantagione di commenti

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Orti urbani di San Lorentino: per ora cresce bene solo la polemica

Alberelli secchi, cemento bollente e manutenzione dispersa: sui gruppi Facebook gli aretini hanno già raccolto il primo prodotto del progetto, una rigogliosa piantagione di commenti

Ogni tanto la redazione dell’Ortica entra nei gruppi Facebook aretini per osservare da vicino i dibattiti che animano la città.

Non per stabilire chi abbia ragione, impresa che ad Arezzo richiederebbe una commissione parlamentare, tre saggi, due geometri e almeno un cugino che lavora in Comune. Piuttosto per raccontare come un problema reale riesca a trasformarsi, commento dopo commento, nello specchio perfetto degli umori cittadini.

Oggi è toccato agli Orti Urbani di San Lorentino, progetto nato, sulla carta, per restituire verde, socialità e decoro a una zona della città. Sulla carta, appunto. Perché sul terreno, secondo le immagini e le segnalazioni pubblicate online, la situazione sembrerebbe parecchio meno rigogliosa.

Le fotografie pubblicate nel gruppo mostrano vasche invase dalla vegetazione spontanea, terreno arido e giovani alberi piantati in mezzo a una distesa che, sotto il sole estivo, ricorda più un esperimento di sopravvivenza botanica che un nuovo spazio verde. Gli orti, almeno per ora, sembrano essersi assegnati da soli: gramigna, erbacce e sterpaglie hanno preso possesso degli appezzamenti senza attendere graduatorie, regolamenti o cerimonie ufficiali.

La domanda iniziale era semplice: “Era questo il progetto degli Orti Urbani di San Lorentino?”

Da lì, come da tradizione aretina, si è aperto il concilio.

C’è chi fa notare che gli alberi appena piantati andrebbero annaffiati. Concetto rivoluzionario, evidentemente non ancora inserito nei protocolli amministrativi, secondo cui una pianta dovrebbe cavarsela con la forza di volontà, qualche comunicato stampa e l’umidità residua del taglio del nastro.

Qualcuno propone direttamente le piante grasse, più adatte al modello gestionale locale: resistono alla siccità, chiedono poco e soprattutto non protestano su Facebook.

Altri osservano che una città incapace di curare gli spazi verdi non avrebbe ancora capito la direzione presa dal mondo. Arezzo, del resto, la direzione la studia con calma. Prima aspetta che il mondo passi, poi eventualmente valuta se seguirlo, purché non ci sia da annaffiare.

Il dibattito si allarga presto alla manutenzione del verde, alla differenza tra potatura e capitozzatura, agli alberi che fanno ombra e ai “fuscelli” sistemati in mezzo al cemento, dove d’estate si raggiungono temperature adatte alla fusione del bronzo.

E mentre qualcuno rimpiange un vero bosco urbano, qualcun altro sintetizza l’intero progetto con due parole, di cui una è “cacata”. La democrazia partecipata sa essere brutale, ma almeno non spreca caratteri.

Poi arrivano inevitabilmente le elezioni.

Perché ad Arezzo puoi partire da un’aiuola secca e arrivare alla responsabilità degli elettori in meno di quattro commenti. C’è chi invita a ringraziare chi ha votato, chi non ha votato, chi ha rinunciato a combattere e probabilmente anche chi quel giorno aveva parcheggiato male.

Qualcuno suggerisce di andare al mare, che resta il più concreto piano di adattamento climatico emerso dalla discussione.

Non manca il tema PNRR. Secondo alcuni utenti, il problema sarebbe quello di molti progetti finanziati negli ultimi anni: si realizza l’opera, si scatta la fotografia, si pronunciano parole come “rigenerazione”, “inclusione” e “sostenibilità”, poi ci si accorge che servivano anche un’idea precisa, una gestione e qualcuno che se ne occupasse dopo.

Dettagli, insomma.

Un cittadino ricorda anche la mancata realizzazione della rampa pedonale verso via Brava, elemento che renderebbe il progetto “zoppo”. Un altro chiede se sia possibile prenotarsi un pezzetto di orto, visto che, finora, gli appezzamenti sembrano esistere più nel nome dell’intervento che nella vita quotidiana del quartiere.

Ed è forse questo il punto più concreto emerso tra risate, rabbia e ortografia creativa.

Se devono essere orti urbani, chi li assegna? Chi li cura? Quali sono le regole? Chi mette gli strumenti? Chi paga l’acqua? Chi garantisce manutenzione, accessibilità e sicurezza?

Domande noiose, certamente. Molto meno fotogeniche delle inaugurazioni, ma purtroppo fondamentali quando si pretende che un progetto sopravviva oltre il buffet.

Nel frattempo c’è anche chi rimpiange la vecchia pista da hockey demolita per lasciare spazio al nuovo intervento. Segno che, quando il futuro non convince, il passato recupera immediatamente fascino, anche se magari all’epoca nessuno lo considerava.

Gli Orti Urbani di San Lorentino, dunque, aspettano ancora di mostrare pienamente ciò che vogliono diventare.

Per ora hanno prodotto poco verde, pochissima ombra e un raccolto abbondantissimo di polemiche.

Che ad Arezzo, bisogna riconoscerlo, è l’unica coltivazione che non ha mai bisogno d’essere annaffiata.

 

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