Nel cuore del centro storico di Arezzo, a pochi passi dal Museo Diocesano e dal Palazzo Vescovile, una fila di wc chimici campeggia in piena vista trasformando uno degli scorci più suggestivi della città in un set surreale. Tra ironia e indignazione, la scena solleva interrogativi sul decoro urbano, sulla gestione degli spazi pubblici e sull’immagine offerta ai turisti, raccontando con amaro sarcasmo una città dove i servizi, quando ci sono, finiscono per diventare protagonisti più dell’arte che li circonda.
Museo Diocesano, Palazzo Vescovile e… Sebach: la Santissima Trinità del bisogno
Benvenuti ad Arezzo,
dove l’arte sacra incontra il sacro stimolo
e il turismo viene accolto a porte chimiche spalancate.
Nella foto (che pare uno scherzo ma purtroppo è cronaca), davanti al Museo Diocesano di Arezzo, a due passi dal Palazzo Vescovile di Arezzo, e a un Amen dal Duomo, ecco comparire loro:
i WC strategici,
ben schierati, colorati, tutt’altro che occultati,
pronti a finire negli album fotografici dei turisti giapponesi.
Altro che installazioni temporanee:
qui siamo al ready-made urbano,
alla toilette come linguaggio architettonico,
alla latrina dialogante col Rinascimento.
Ad Arezzo i bagni pubblici funzionano così:
- o non li trovi,
- oppure te li sbattono in faccia come una pala d’altare.
Altro che “Arca di Luce”:
questa è Arca di Sciolta.
Colori sgargianti per ravvivare il centro storico:
verde pisello, azzurro reflusso, grigio confessionale.
Un tripudio cromatico che neanche Mondrian dopo una cena pesante.
Il turista arriva, guarda in alto: affreschi.
Guarda in basso: tombini.
Guarda davanti: sette cessi in fila come i nani,
ma senza Biancaneve e con molto più profumo di chimico.
E guai a dire che “stonano”:
qui è urbanistica creativa,
è valorizzazione del territorio,
è Arezzo città del Natale… ma anche della digestione difficile.
Ci chiediamo solo una cosa:
ma davvero non c’era un altro posto?
Un angolino?
Un dietro?
Un minimo di vergogna?
No.
Qui si punta dritti al cuore della città.
Perché l’arte va condivisa.
E il bisogno pure.
E allora sorridete, turisti, scattate pure:
questa non è una figuraccia.
È identità locale.









Mi figuro l’indignazione della Soprintendenza che si trova lo spettacolo dei cessi a 50 metri. E’ diventato un bunker inaccessibile..ogni tanto ( ma tanto tanto) vedi entrare o uscire qualcuno quasi furtivamente dal portone perennemente sbarrato…secondo me se qualcuno dovesse per avventura mettere piede negli uffici troverebbe almeno 2 o 3 funzionari morti mummificati, come succede coi vecchi soli nei condomini. Approfittano dell’obbligo di apertura la prima domenica del mese per cambiare aria. Si usa il Prato come parcheggio abusivo impunito…baracche…ruote panoramiche..Menghi festival…nessuno pensa alla fatica termenda, all’oltraggio di dover passare di lì per andare al lavoro e doversi tappare l’occhi. Un giorno gli presenteranno la pratica per fare due palazzoni di 9 piani al posto del loro edificio e firmeranno perché è riqualificazione.
Potevano in effetti fare una latrina a cielo aperto al Prato che tanto più di così non lo possono maltrattare.
Discover Arezzo!