Era un giorno d’estate di diversi secoli fa quando Donato Severi, claudicante fin dalla nascita e incapace di camminare senza aiuto, cadde malamente scendendo da un baroccio trainato da una miccia. L’incidente gli aggravò la menomazione: si ruppe anche la gamba sana, l’unica che fino ad allora gli aveva permesso di affrontare il suo percorso quotidiano.
Gli steccarono completamente gamba, coscia e piede, usando una serie di morse di ferro e assi di legno, un rimedio ingegnato da un riparatore di mobili già antichi all’epoca. Con una gruccia riusciva comunque a deambulare, seppure con estrema cautela e a scatti. Il vero problema nasceva quando doveva defecare: il water closet non esisteva ancora, così gli avevano costruito nel suo orto una latrina sopraelevata. Donato si reggeva a una corda legata a un ramo — non di un caco, ma di un ciliegio — la cui elasticità gli permetteva persino di strofinarsi con foglie di fico.
Un giorno decise di coinvolgere due amici della bettola del Mazzoni: Caneschi Bruno, biondastro nonostante il soprannome, e Gallorini Domenico. I due gli avevano segato quasi completamente il ramo a cui era legata la corda. Dopo essersi accertati che Donato, sazio di un lauto pasto con contorno di spinaci lessi conditi con l’olio di Peneto, si fosse avviato alla latrina, lo seguirono per assistere allo splashdown maleodorante.
E così fu. Ma l’orto di Donato si trovava poco sopra il luogo dove si stava erigendo la Chiesa di Santa Maria, per opera dei Camaldolesi e nel rispetto del progetto dell’Ammannati. Donato, dopo la caduta e interamente imbrattato, si recò a lavarsi al pozzo. Si dice che a quel pozzo si rifugiasse spesso il monaco lariano San Donato per sfuggire alle persecuzioni, e che non gradisse che l’omonimo mortale vi attingesse l’acqua nello stesso momento in cui, quasi tredici secoli prima, il patrono di Arezzo era stato decapitato.
Con quell’acqua, dopo essersi tolto le morsa e le assi e aver ripulito il corpo, Donato sentì rinascere sensibilità e forza nell’arto menomato e perfino in quello fratturato. Dopo pochi minuti d’incertezza, gettò via ogni marchingegno e la gruccia e fece ritorno alla bettola del Mazzoni. Miracolo?
La chiesa, una volta terminata, fu chiamata — per via dello “scalino del cesso” — Santa Maria in Gradi, e la strada divenne la Piaggia del Murello.



