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Arezzo, da città a gabbia: nei commenti c’è ancora movimento, peccato sia tutto su Facebook

Una trentenne racconta una città spenta, senza occasioni e sempre più soffocante. Sotto il post si apre il solito processo aretino: nostalgici, ottimisti, filosofi, pensionati e difensori del bowling

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Arezzo, da città a gabbia: nei commenti c’è ancora movimento, peccato sia tutto su Facebook

Una trentenne racconta una città spenta, senza occasioni e sempre più soffocante. Sotto il post si apre il solito processo aretino: nostalgici, ottimisti, filosofi, pensionati e difensori del bowling

Ogni tanto la redazione dell’Ortica entra nei gruppi Facebook aretini per osservare da vicino i dibattiti che animano la città.
Non per stabilire chi abbia ragione, impresa che ad Arezzo richiederebbe almeno una commissione comunale, tre conferenze stampa e un tavolo tecnico con buffet, ma per raccontare come un problema reale riesca a trasformarsi, commento dopo commento, nello specchio perfetto degli umori cittadini.

Questa volta il sasso nello stagno è stato lanciato da Cristi Ifti, nel gruppo “Sei di Arezzo se…”.

Arrivata in città a diciotto anni, Cristi racconta di aver conosciuto un’Arezzo viva, piena di aspettative, movimento e possibilità. Dodici anni dopo, a trenta, la stessa città le appare invece spenta, povera di opportunità, senza svaghi autentici e incapace di sostenere chi tenta di costruirsi un futuro.

Una riflessione personale, certamente, ma sufficientemente riconoscibile da scatenare il campionato mondiale del commento aretino.
Quelli del “era meglio prima”
La prima squadra scesa in campo è quella dei nostalgici.

C’è chi ricorda l’Arezzo degli anni Ottanta, Novanta e Duemila, quando le piazze erano piene, i negozi aperti, i cinema frequentati e le librerie non erano ancora considerate reperti archeologici.

Tornano nei commenti i nomi sacri di Arezzo Wave, del jazz, delle vasche in Corso Italia, di piazza Guido Monaco piena di giovani e perfino dei tavolini dei bar occupati da “bella gente”, dettaglio sociologico fondamentale.

Secondo questa corrente di pensiero, oggi sarebbero rimaste soprattutto sagre, ristorazione, negozi chiusi e una cultura ridotta ai minimi termini.

In pratica, un tempo c’erano i concerti, oggi c’è la schiacciata con la mortadella. Che, per carità, ha una sua dignità, ma difficilmente sostituisce una politica culturale.

Qualcuno arriva a definire Arezzo “fatiscente”, qualcun altro parla di città senza futuro per i giovani. E naturalmente c’è chi spera nel prossimo sindaco, figura mitologica che, secondo la tradizione locale, dovrebbe contemporaneamente riaprire i negozi, riempire le piazze, abbassare gli affitti, portare i giovani in centro e trovare parcheggio a tutti.
Quelli del “Arezzo è bellissima, non vi lamentate”
Dall’altra parte della barricata arrivano gli entusiasti.

C’è chi vive ad Arezzo da dieci anni e non la lascerebbe per nulla al mondo, chi vorrebbe tornarci immediatamente e chi sogna addirittura di trascorrerci gli ultimi anni della propria vita.

A sostegno della vitalità cittadina vengono citati il teatro, la Fiera Antiquaria, il Saracino, il Corso e perfino il bowling.

Il bowling, dunque, entra ufficialmente nel dibattito sul futuro sociale ed economico della città.

Da oggi, quando qualcuno parlerà di crisi generazionale, desertificazione commerciale e mancanza di opportunità, la risposta istituzionale potrà essere semplice: “Avete provato a fare due tiri con la palla numero otto?”.

Altri invitano a guardare il bicchiere mezzo pieno, sostenendo che rispetto a cinquant’anni fa Arezzo sia più viva, più turistica e più vivibile.

Ed è possibile che entrambe le cose siano vere: una città può essere cresciuta turisticamente e, contemporaneamente, aver perso occasioni di socialità quotidiana per chi ci vive.

Ma su Facebook le sfumature durano meno di un parcheggio gratuito in centro.
Quelli del “il problema sei te”
Non poteva mancare la categoria dei motivatori imprenditoriali.

Secondo alcuni commentatori, chi apre un’attività non dovrebbe aspettarsi che sia la città ad adattarsi, ma dovrebbe capire cosa desiderano i clienti, evolversi e rispondere al mercato.

Concetto legittimo, salvo poi arrivare al momento in cui il dibattito si trasforma in una lezione collettiva di economia applicata, marketing, società fluida e selezione naturale del commerciante.

Il succo diventa: se la città non risponde, probabilmente hai sbagliato offerta.

E quindi, se un centro storico perde negozi, giovani e iniziative, la responsabilità potrebbe essere dell’imprenditore che non ha intuito in tempo l’inarrestabile richiesta cittadina di apericena, schiacciate gourmet e tavolini sul suolo pubblico.
Quelli del “è cambiato tutto il mondo”
Poi arrivano i geopolitici.

Secondo loro Arezzo non sarebbe diversa dal resto d’Italia, d’Europa e del pianeta. Il mondo sarebbe peggiorato, soprattutto dopo il Covid, l’economia sarebbe cambiata e le città sarebbero ormai tutte meno sicure, più povere e meno felici.

Osservazione non del tutto sbagliata, perché molti fenomeni non sono esclusivamente aretini.

Il rischio, però, è che “succede dappertutto” diventi la versione adulta di “lo fanno tutti”, quella frase che da bambini non funzionava con la mamma ma che oggi sembra funzionare benissimo con urbanistica, commercio e politiche giovanili.

Arezzo sarà pure dentro una crisi generale, ma questo non significa che debba rinunciare a interrogarsi sulle proprie scelte.
Il commento filosofico, perché mancava
Nel mezzo della discussione compare anche chi analizza la parola “movimento” nei suoi significati linguistici, sociali ed economici, passando dalla movida alla competizione, dalla finanza alle migrazioni e chiudendo con John Maynard Keynes.

“Saremo tutti morti nel lungo periodo”, sosteneva l’economista.

Ad Arezzo, nel frattempo, nel lungo periodo avremo probabilmente ancora la Fiera Antiquaria, il Saracino, la Città del Natale e qualcuno che nei commenti scriverà: “È sempre stato così”.

Non è un dibattito aretino autentico finché qualcuno non cita un filosofo, un economista o il traffico di Bologna.
Quando la discussione deraglia >
Come spesso accade nei social, non sono mancati commenti che hanno provato a spostare il problema verso il solito bersaglio facile: chi viene da fuori, chi è “diverso”, chi avrebbe preso il posto degli italiani nei negozi e nelle strade.

È la scorciatoia più pigra.

Perché attribuire la desertificazione commerciale, la mancanza di iniziative o il calo della socialità a una categoria di persone permette di evitare domande più scomode: quali politiche sono state fatte? Quanto costa aprire e mantenere un’attività? Che spazi hanno i giovani? Quale cultura viene sostenuta? Che città vogliamo dopo le sei di sera?

Domande complicate. Molto più semplice prendersela con il vicino.
Arezzo è viva o spenta?
La risposta più onesta è: dipende da chi la vive, dall’età, dagli interessi, dal quartiere, dal reddito e perfino dal giorno della settimana.

Per alcuni Arezzo è una città tranquilla, bella, turistica e a misura d’uomo. Per altri è un luogo che offre poco, soprattutto a chi cerca opportunità professionali, culturali e sociali fuori dai grandi eventi tradizionali.

Il post di Cristi non dimostra che Arezzo sia definitivamente morta. Dimostra però che una parte dei suoi abitanti, soprattutto giovani, la percepisce come una città che non riesce più ad accendere entusiasmo.

Liquidare tutto con “c’è di peggio”, “è sempre stato così” o “c’è il bowling” significa non voler ascoltare.

Una città non è viva soltanto quando riempie il centro per la Giostra, la Fiera o Natale. È viva quando offre occasioni normali, quotidiane e accessibili anche nei martedì sera di febbraio, quando non ci sono figuranti, bancarelle o casette di legno a coprire il silenzio.

Il vero paradosso è che sotto un post che denuncia l’assenza di movimento si siano riversati decine di commenti, ricordi, accuse, teorie economiche e dichiarazioni d’amore.

Insomma, Arezzo sarà anche spenta.

Ma su Facebook, per ora, tiene ancora tutte le luci accese.

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