Da un post di Cesare Fracassi, la tragicomica odissea per entrare allo stadio: il racconto di Gino Perticai
Se andate al cinema vi chiedono i documenti? No, vero? E allora perché, al Saracino o allo stadio di Arezzo, sembra di partecipare a una specie di “Gara di Controlli Estremi”?
Immaginate la scena: dopo una colonscopia preventiva (già di per sé roba che ti mette ansia), ti prepari con calma per andare a vedere la partita. E qui inizia il calvario: biglietto nominativo, documento, primo sbarramento… toc-toc… ti tastano, ti ricontrollano, ti ripassano i documenti… e al tornello devi ripresentare il biglietto nominativo. Alcuni spettatori arrivano un quarto d’ora dopo l’inizio! Ma dico io, in qualsiasi altro stadio italiano non ti trattano così: un solo controllo da parte di pubblici ufficiali sarebbe più che sufficiente. E magari qualche controllo a campione, non uno “stuart” vestito con pettorina che ti fa sentire come se stessi cercando di entrare a Fort Knox.
E non finisce qui: i fotografi? Aprono lo zaino e ti cercano un bazooka invece di uno zoom! Domenica scorsa, uno dei poveri fotografi, dopo una discussione, ha dovuto chiamare la polizia per poter entrare… a piedi! Con regolare pass. Il tizio in pettorina gli ha imposto di mettersi in coda assieme ai tifosi, vietandogli di percorrere l’accesso riservato ai veicoli accreditati. Ma siamo seri? Uno rischia di arrivare in tribuna a partita iniziata nonostante il pass dica chiaramente “qui per lavoro”, mentre lo stuart sembra il guardiano del tempio del fuoco sacro.
Insomma, tra biglietti, documenti, sbarramenti, tastate e zaini controllati come se portassi un missile nucleare, lo stadio diventa un percorso a ostacoli. Alla fine, più che godersi la partita, ti chiedi: “Sono venuto per vedere il calcio o per fare un corso di sopravvivenza?”
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