Arezzo città del Natale? Anche troppo…

La Confcommercio aretina, vero motore del Natale aretino allungato a novembre, per bocca del suo vicedirettore Catiuscia Fei, riflette su Arezzo città del Natale, il cui fulcro indiscusso è il mercatino tirolese in piazza Grande.
Si dice possibilista verso altre iniziative che possano sostituire i mercatini mantenendone il successo indiscutibile e introduce un motivo non secondario:

“Città del Natale? Ora un po’ di cultura.
I tirolesi anche nel 2020: prima piazza Grande era triste”

“Abbiamo riempito il centro storico e questa folla ce la teniamo stretta.
Non rinneghiamo niente.
Bisogna trovare però soluzioni per allungare la permanenza media dei visitatori.
E bisogna lavorarci da subito, da gennaio.
Non si può perdere tempo.
Perché città vicine, come Empoli o Montepulciano, si stanno attrezzando con le loro iniziative, facendoci concorrenza diretta.

Bisogna incrementare le mostre, magari pensare a qualche concerto. Ampliare il cartellone con iniziative culturali, magari aprendo la Fortezza Medicea.
Mi piacerebbe fosse coinvolta nelle iniziative di Natale anche la fondazione Guido d’Arezzo, che di cultura si occupa per il Comune, oltre che la Fondazione InTour, che pensa al turismo”.

E’ fuor di dubbio che il mercatino tirolese, con tanto di baita/ristorante in legno gestita da un’attività locale (aretina doc) abbia il suo successo.
Non credo che a dargli lustro sia tanto quel che il mercatino propone, quanto il battage messo in piedi proprio da Confcommercio e Fondazione InTour; ma questo non cambia la sostanza.

Ben vengano le riflessioni della Confcommercio, soprattutto quella di affiancare a manifestazioni ultra popolari, come lo stesso mercatino e l’attrazione di turno al Prato, qualcosa di più alto, spettacolare, ma anche educativo.

Il terreno c’è, ora bisogna diversificare per migliorare l’offerta e alzare un po’ il target. Magari diminuire leggermente il flusso di visitatori incoscienti (di quel che è Arezzo) e aumentare quello dei consapevoli, coloro che possono tornare a casa e raccontare quanto Arezzo sia bella e ricca di storia e opere d’arte.
In fondo gente che ricorda di essersi pestata i piedi con gli atri e di non aver potuto fare acquisti e/o pranzare per sovraffollamento, non aiuta la città a lungo termine.

 

Pietro Aretino
« Qui giace l'Aretin, poeta Tosco, che d'ognun disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: "Non lo conosco"! » (Ironica epigrafe indirizzata all'Aretino da Paolo Giovio[1]) È conosciuto principalmente per alcuni suoi scritti dal contenuto considerato quanto mai licenzioso (almeno per l'epoca), fra cui i conosciutissimi Sonetti lussuriosi. Scrisse anche i Dubbi amorosi e opere di contenuto religioso, tese a farlo apprezzare nell'ambiente cardinalizio che a lungo frequentò.

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