È una domanda che mi porto dentro da decenni. Forse da sempre,
da quando ho cominciato a guardare davvero la natura e non soltanto la sua bellezza.
Se un giorno, terminato il mio percorso qui, avrò la fortuna di trovarmi anche solo per un istante davanti al Creatore, c’è una domanda che vorrei fargli:
Perché?
Perché hai fatto il mondo così?
Perché hai deciso che, per vivere, qualcuno dovesse morire?
Perché hai creato la preda e, insieme a lei,
il predatore?
Mi hanno spiegato tante volte che tutto ha una funzione.
Che la iena ripulisce la savana dalle carcasse, che ogni animale occupa il proprio posto nella catena alimentare, che senza predatori alcune specie prolifererebbero e l’equilibrio della natura si spezzerebbe.
Va bene!
Ho capito.
Ma la mia domanda viene prima
Chi ha stabilito che l’equilibrio dovesse funzionare proprio così? Perché doveva esserci una carcassa da ripulire? Perché una gazzella deve correre disperatamente per non essere sbranata?
Perché un animale deve ucciderne un altro per nutrire i propri piccoli? Perché la vita deve nutrirsi della vita?
E non riesco neppure a consolarmi pensando che la crudeltà appartenga soltanto all’uomo.
Un gatto può giocare a lungo con un topo prima di ucciderlo.
Forse per il gatto non è crudeltà.
Forse è istinto, caccia, gioco.
Non posso sapere cosa accada nella sua coscienza.
Ma so cosa accade al topo: ha paura, prova dolore, soffre.
Ed ecco che la mia domanda diventa ancora più difficile.
Perché non soltanto la morte, che forse un giorno potrei persino arrivare ad accettare, ma la paura, il dolore, l’agonia la fa da padrone in questo pianeta?
E poi ci siamo noi
Perché ci hai fatti capaci di tanta prevaricazione? Perché, pur avendo una coscienza, siamo capaci di ferire, dominare, umiliare, torturare, conquistare, fare guerre?
Da millenni il più forte cerca di prevalere sul più debole, un uomo su un altro uomo, un popolo su un altro popolo.
A volte mi domando se non sia la stessa antichissima legge della preda e del predatore, diventata dentro di noi immensamente più grande.
Con una differenza terribile: noi possiamo arrivare a infliggere dolore anche quando non serve a sfamarci,
a difenderci o a sopravvivere.
E neppure noi possiamo davvero sottrarci alla legge fondamentale. Possiamo scegliere di non mangiare animali, rinunciare alla carne e alle uova, cercare di attraversare questa Terra facendo meno male possibile.
Ma dobbiamo comunque nutrirci. Restano i vegetali, anch’essi esseri viventi, capaci di reagire all’ambiente e agli stimoli, anche se non sappiamo, finora, attribuire loro una sofferenza cosciente come quella degli animali.
Da qualunque parte io guardi, ritorno sempre allo stesso punto:
la vita si alimenta della vita.
E allora torno a Te.
Creatore, non potevi inventare un altro modo?
Lo so che la natura è meravigliosa.
È un tramonto, un cucciolo appena nato, un albero che fiorisce, un uccello che attraversa il cielo.
Forse è proprio perché la amo che la sua crudeltà mi è sempre sembrata ancora più incomprensibile.
Come possono convivere tanta bellezza e tanto dolore nello stesso disegno?
E penso allora a chi possiede una sensibilità così profonda da sentire quasi sulla propria pelle anche il dolore che appartiene agli altri.
A volte può diventare troppo, e può affiorare quella vecchia espressione:
«Fermate il mondo, voglio scendere!»
Ma forse non vogliamo davvero scendere. Vorremmo soltanto che, per un momento,
tutto rallentasse.
Che tacesse il rumore. Vorremmo riprendere fiato e ritrovare quella parte della vita che, nonostante tutto, continua ostinatamente a essere bella:
un affetto, una musica, un animale che ci cerca, un albero in fiore, una mano che stringe la nostra.
Forse è proprio questa l’unica risposta che,
nel nostro piccolo, possiamo dare a una domanda tanto grande.
Non possiamo riscrivere le leggi della natura.
Non possiamo cancellare tutta la sofferenza né impedire che esistano la preda e il predatore.
Ma possiamo scegliere di non aggiungere dolore al dolore. Possiamo non prevaricare quando potremmo farlo, non ferire quando potremmo evitarlo, proteggere ciò che è più fragile. Possiamo lasciare,
nel piccolo spazio che ci è stato affidato,
un po’ meno sofferenza di quella che abbiamo trovato e, se siamo fortunati, un po’ più bellezza.
Forse la sensibilità serve anche a questo.
Non a fuggire dalla vita, ma a renderla più gentile.
A volte questa Terra, più che un Eden, mi è sembrata un purgatorio meraviglioso. Meraviglioso e terribile insieme.
Non so se avrò mai una risposta.
Forse, se davvero esiste qualcosa dopo questa vita, davanti a Te comprenderò tutto senza nemmeno avere bisogno di domandare. Forse non mi dovrai nessuna spiegazione.
Ma se avrò la fortuna di incontrarti, anche soltanto per un istante, la domanda te la farò lo stesso.
Non per mancanza di rispetto.
Non per sfida.
E nemmeno perché non sia grata della vita che mi è stata donata.
Te la farò perché me la porto dentro da decenni e non ho mai trovato una risposta capace di acquietarla.
E forse, dopo tante parole, alla fine Ti guarderei e Ti direi soltanto quello che ho sempre pensato:
«Però questa faccenda delle prede, dei predatori, del dolore e dell’agonia, un giorno, se mi sarà concesso, vorrei proprio che Tu me ne svelassi il perché.»


