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Anche la meraviglia può diventare abitudine

Dal desiderio alla quotidianità: una riflessione su come persone, passioni e piccole fortune possano perdere sapore quando smettiamo di accorgerci del loro valore

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Anche la meraviglia può diventare abitudine

Dal desiderio alla quotidianità: una riflessione su come persone, passioni e piccole fortune possano perdere sapore quando smettiamo di accorgerci del loro valore

Oggi, giorno dopo Ferragosto, ho mandato a un’amica il video di un comico molto eclettico, che va alla grande su tutte le piattaforme e che trovo particolarmente bravo. Prima di dormire cerco spesso i suoi nuovi videoclip: due risate mi rasserenano e mi mettono di buonumore.

La sua risposta mi ha fatto sorridere, ma soprattutto pensare:

«Sì, lo conosco, lo seguo anch’io. È molto bravo. Però dopo un po’ mi stufa.»

E lì mi è venuta spontanea una riflessione.

Anche la pietanza più buona del mondo, se ce la servissero tutti i giorni, prima o poi perderebbe un po’ del suo sapore.

Possibile che accada la stessa cosa anche con tutto il resto?

Con una musica che inizialmente ascolteremmo cento volte.
Con un luogo che la prima volta ci lascia senza fiato.
Con un vestito desiderato per mesi che, una volta nell’armadio, diventa semplicemente uno dei tanti.

E forse, qualche volta, persino con le persone.

Una grande passione, un amore travolgente, una donna o un uomo che ci sembravano capaci di riempire ogni spazio della nostra vita. Poi arrivano i giorni, gli anni, le abitudini.

E ciò che prima ci faceva battere il cuore rischia di diventare normale.

Forse nessuno ha raccontato questo sottile passaggio dal desiderio all’abitudine con la delicatezza di Franco Califano in Tutto il resto è noia.

È una canzone che amo profondamente e che, ancora oggi, riesce a commuovermi quando mi capita di riascoltarla.

Non tanto per quella parola, “noia”, diventata quasi un modo di dire, ma per tutto ciò che viene prima.

C’è un uomo che si prepara a un incontro.
Ci mette cura, tempo, attenzione.
Lava persino la macchina.

Sono piccoli gesti, apparentemente insignificanti, ma dentro quei gesti c’è tutto: l’attesa, il desiderio, quella meravigliosa agitazione che accompagna qualcosa che deve ancora accadere.

Poi arriva l’amore.
Arriva la passione.
Arriva persino quella che sembra felicità.

Eppure, lentamente, con il passare dei mesi e la quotidianità della convivenza, qualcosa cambia.

Non perché ciò che avevamo desiderato sia diventato meno bello, ma perché è diventato conosciuto, quotidiano, certo.

Ed è questo che trovo struggente nella canzone di Califano: non racconta semplicemente la noia. Racconta la malinconia di quando qualcosa che ci faceva battere il cuore smette, quasi senza che ce ne accorgiamo, di farlo battere allo stesso modo.

Forse l’essere umano ha bisogno non soltanto di avere, ma anche di desiderare.

Finché qualcosa ci manca, la immaginiamo, l’aspettiamo, la carichiamo di aspettative. Quando diventa nostra e rimane lì, disponibile ogni giorno, accade qualcosa di curioso: lentamente smettiamo di vederla.

Ci abituiamo quasi a tutto.

Al bello come al brutto.

A una casa meravigliosa, a un panorama, a una persona che ci vuole bene.
Persino alla fortuna.

E forse questo stesso meccanismo riguarda anche il nostro rapporto con il denaro e con le cose più semplici.

Quando non possiamo avere tutto, siamo costretti a scegliere, ad aspettare, a desiderare. E scegliere significa anche rinunciare.

Può sembrare una limitazione, e certamente qualche volta lo è. Ma mi domando se proprio quella piccola rinuncia non contribuisca, paradossalmente, a dare più sapore a ciò che alla fine riusciamo a concederci.

Un cappuccino, una cena, un vestito, un viaggio.

Quando possiamo concederceli sempre, senza pensarci, senza aspettare, rischiano lentamente di perdere qualcosa.

Non il loro valore.

Il loro sapore.

Ed è per questo che qualche volta penso alle persone che possono avere praticamente tutto.

Non credo affatto che la ricchezza renda necessariamente infelici. Ma mi domando quanto possa diventare difficile continuare a desiderare quando quasi ogni desiderio può essere soddisfatto immediatamente.

Che sapore ha la conquista quando non richiede attesa?

Che valore conserva il desiderio quando tra il volerlo e l’averlo non esiste quasi più distanza?

Forse abbiamo sempre considerato il limite soltanto come qualcosa che ci impedisce di essere felici.

E se, qualche volta, fosse proprio il limite a insegnarci il sapore della felicità?

Perché non sempre le cose perdono valore.

A volte siamo noi che perdiamo la capacità di accorgerci del loro valore.

Forse non ci stanchiamo delle cose belle.

Ci stanchiamo della certezza di averle.

E basta qualche volta perderle, o anche soltanto rischiare di perderle, perché improvvisamente tornino ad avere ai nostri occhi tutto il loro valore.

Forse dovremmo imparare a guardare ciò che abbiamo come se potessimo perderlo oggi o domani.

Guardare con occhi diversi la persona che ci siede accanto da trent’anni, magari da cinquanta. Fermarci ancora davanti al panorama che vediamo dalla stessa finestra ogni mattina. Riascoltare quella vecchia canzone e accorgerci che è ancora bellissima.

Perché forse il contrario della noia non è la novità.

È la capacità di meravigliarsi ancora.

E forse la vera sfida è riuscire a conservare un po’ dell’attesa anche quando non abbiamo più niente da aspettare.

Perché non è soltanto avere ciò che desideriamo a renderci felici.

È anche averlo desiderato.

E voi?

Riuscite ancora a sentire il sapore delle cose che avete, oppure qualche volta avete bisogno di rischiare di perderle per ricordarvi quanto erano preziose?
S.S.C.

Immagini generate con intelligenza artificiale

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Sabina Sabrina Crivellari
Sabina Sabrina Crivellari
Sabina Sabrina Crivellari, nata a Milano nel 1955, si trasferisce a Melzo nel 1990. Membro del “GAM” dal 1997, partecipa a mostre locali esplorando diverse tecniche artistiche: ritratti a matita, dipinti a olio, sculture in argilla e quadri in resina. Ha fondato una galleria d’arte e una scuola di cake design. Il quotidiano Il Giorno ha descritto via Napoli 37 come “la Montmartre di Melzo”. Attualmente, si dedica principalmente alla scrittura.
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