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Favole dell’abbandono: Il timidrifero

Quando anche gli oggetti provano vergogna, l’abbandono diventa una forma di liberazione

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Favole dell’abbandono: Il timidrifero

Quando anche gli oggetti provano vergogna, l’abbandono diventa una forma di liberazione

Lo avevano chiamato timidrifero. Era un frigorifero e lo avevo preso da una vecchia casa di famiglia, in disuso da anni. Sembrava nuovo, sembrava un peccato buttarlo via. Lo avevano portato nella cucina nuova e lo avevano acceso: funzionava. Lo avevano riempito e avevano cominciato ad utilizzarlo. Finché l’avevano trovato rigirato.

Che strana cosa, avevano pensato, trascinando lo sportello dal lato giusto della stanza. Saranno state le vibrazioni, si erano detti.

No, non erano le vibrazioni.

Fu quando capitò di nuovo che lo chiamarono timidrifero. Guarda là se non sembra un frigorifero timido! si erano detti. Sì: un timidrifero! Il nome era venuto così, spontaneo.

Sembrava un gioco ma alla quinta, alla sesta, alla settima volta cominciarono a stancarsi. Quel continuo tornare a casa e vedere le serpentine del condensatore, il cavo elettrico tirato, anziché lo sportello del loro bel frigorifero dove avevano appeso i post-it delle cose da comprare, tutti colorati, che erano un piacere per gli occhi, li demoralizzava. Per non dire della fatica di dover quasi ogni giorno rigirare il frigorifero, pieno com’era.

Lo abbandonarono per strada una notte d’inverno. Lo lasciarono su un marciapiede senza neanche un saluto: erano proprio stanchi.

Il frigorifero ne fu contento. Era un frigorifero davvero timido. Quel continuo apri e chiudi dello sportello lo faceva vergognare. Si sentiva sempre esposto, aperto, guardato, toccato, frugato con quelle mani dentro e fuori, dentro e fuori. E poi il freddo. Il freddo. Il timidrifero odiava il freddo. Odiava il freddo e le mani e quegli occhi, strizzati, che lo guardavano per veder che c’era.

Quando la luce cominciò a far capolino sulla strada si accorse d’essere nel bel mezzo di un marciapiede e s’impensierì. Cominciò a immaginarsi la curiosità di tutta quella gente che l’avrebbe guardato, spiato, toccato, frugato. Gli vennero i brividi, sebbene fosse spento.

Sapeva cosa fare. Si girò in un frullo, come un provetto ballerino, posizionando il suo sportello davanti al massiccio tronco di un albero. Mostrando a tutti, come appropriato, il suo grigio didietro grigliato.

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Gianni Micheli
Gianni Michelihttp://www.giannimicheli.it
Gianni Micheli Giornalista, scrittore, regista, attore, musicista e collezionista di storie. Sulla carta, sul web, in teatro e a scuola, ha una particolare predilezione per la scrittura creativa, la drammaturgia dedicata all’infanzia, la multiculturalità e per il teatro civile. Dal 2012 è uno degli autori della Staffetta di Scrittura Creativa organizzata da BiMed (Biennale della Scienze e delle Arti del Mediterraneo). Nel 2020 è uscito Testone il piccione, Vertigo Edizioni. Nel 2021 con Lezioni d’amore e di chitarra, Edizioni Helicon. Ha collaborato, tra gli altri, con Stefano Massini, Ottavia Piccolo, Amanda Sandrelli, Dario Brunori, Margherita Vicario, Moni Ovadia, Marisa Fabbri. È apparso sulla Rai e La7. Parte dello staff di Officine della Cultura è responsabile dell’ufficio stampa di alcuni importanti festival nazionali. È tra i fondatori dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. www.giannimicheli.it - www.giannimicheli.eu

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