I lavori per Piazza Giotto e Saione – insieme al recupero dell’area della scuola Cesalpino – oggi appaiono quasi conclusi. Ma è curioso ricordare che già nel 587 a.C., quando nessuno parlava di PNRR o fondi europei, fu il lucumone Aranth a decidere di bonificare le zone circostanti la città, contando unicamente sulla manodopera dei suoi concittadini, mai sudditi ma cittadini partecipi.
In un consiglio cui prese parte anche la moglie Ramutha, donna tutt’altro che silenziosa, nacque l’idea di deviare e incanalare le acque per renderle più utili alla vita quotidiana. Fu così costruita una paratia – ricordata come “La Parata” – che permise di indirizzare e regolare il flusso idrico. Le acque, deviate dal loro naturale corso, smettevano di allagare l’area dove oggi si trova Piazza Giotto, mentre la città iniziava a espandersi e a rafforzarsi.
L’intervento ebbe effetti ben più ampi: l’Arno fu impedito dall’alimentare il suo corso verso la Valdichiana e da lì congiungersi, tramite il Chiani, al Tevere. Le nuove regolazioni resero fertili vaste aree nei dintorni della città e favorirono la nascita di quelle che, a tutti gli effetti, possono essere considerate le prime attività proto-industriali di Arezzo.
Fiorirono così le tintorie, con i tessuti stesi al sole per fissare i colori, e le manifatture legate alle ceramiche e alle fusioni dei metalli: tutte lavorazioni che richiedevano grandi quantità di acqua e che trovarono in quell’ingegneria idraulica primitiva il loro presupposto.
Il nome Castro apparve invece in epoca romana, quando nell’area tra Piazza San Giusto e via Rodi venne insediato un accampamento militare. In quel periodo furono erette mura alte fino a 14 metri e larghe 4-5 metri, e durante il periodo imperiale, includendo i territori dipendenti da Arezzo, si stima che la popolazione potesse raggiungere i centomila abitanti (come direbbe, forse, anche Tito Livio).
