Il nostro autore, Marco Grosso, regala al pubblico, in occasione dell’inizio della Città del Natale, un thriller d’atmosfera ambientato ad Arezzo.
Attraverso gli occhi di Serena Betti, restauratrice chiamata a riportare alla vita il misterioso Padiglione degli Specchi, il romanzo esplora un lato nascosto della città: quello delle sue pietre antiche, dei simboli dimenticati e delle geometrie urbane che, sotto le luci delle feste, svelano un disegno inquietante.
Tra vicoli bagnati di riflessi, ricerche archeologiche mai concluse e un passato che sembra respirare attraverso la città stessa, la protagonista si ritroverà coinvolta in un’indagine che unisce storia, architettura e illusione.
Accanto a lei, il tenente Matteo Ricci, incaricato di vigilare sulla sicurezza dell’evento, inizierà a dubitare di ciò che credeva possibile.
Il lungo racconto gioca sul confine sottile tra ciò che è reale e ciò che appare, costruendo un enigma che attraversa Arezzo in superficie e nel sottosuolo.
Le luci natalizie diventano così il riflesso di una verità più profonda, pronta a emergere come una marea.
Il racconto sarà pubblicato a capitoli.
I personaggi, le situazioni e gli eventi narrati sono opere di fantasia.
Qualsiasi riferimento a persone reali, fatti o luoghi è puramente casuale.
Capitolo 1 – La città che si prepara alla luce
Arezzo dormiva sotto una patina di bruma, come un dipinto non ancora asciutto che lasciava intravedere una bellezza ancora imperfetta.
All’alba, il silenzio delle strade era rotto solo dal ronzio dei generatori e dal fruscio dei tecnici che montavano gli ultimi archi di luminarie.
Tra poche ore, la Città del Natale avrebbe acceso le sue luci: il Prato, Piazza Grande e tutto il Centro Storico si sarebbero riempiti di musica, bancarelle e risate.
Serena Betti attraversava il corso con le mani nelle tasche del cappotto.
Nonostante i decori, la città le sembrava triste, come se la felicità promessa non fosse che una scenografia fragile.
Le luci ancora spente pendevano come stelle morte, e il cielo sopra i tetti aveva il colore dell’acciaio.
Era tornata ad Arezzo dopo anni. L’ultimo lavoro a Milano le aveva lasciato l’anima stanca e le mani vuote.
Quando il Comune le aveva offerto l’incarico di restaurare il Padiglione degli Specchi, un edificio liberty dismesso vicino ai bastioni, destinato a diventare parte del percorso natalizio, aveva accettato senza pensarci troppo.
Le avevano detto che serviva solo un intervento conservativo.
Avevano mentito.
Il padiglione, visto da fuori, sembrava un guscio trasparente: vetrate opache, colonne screpolate, pavimenti allagati da anni di pioggia.
Dentro, se non in rovina, poco ci mancava: il lavoro di restauro sarebbe stato lungo e difficile.
Eppure c’era qualcosa di magnetico in quell’edificio, una bellezza sospesa nel tempo. Si chiedeva perché per tanti anni nessuno avesse voluto rimetterlo a posto. Una domanda che non trovò risposta.
«È qui che installano la mostra sulla Chimera di Arezzo,» le aveva spiegato l’assessore durante il sopralluogo. «Una copia moderna, tanto ben fatta che sembra più originale dell’originale: simbolo della rinascita. La gente deve sentire che la città è viva, anche d’inverno. Portare turismo e far sentire orgogliosi gli aretini.»
Serena aveva annuito, ma quando aveva varcato la soglia aveva sentito un brivido.
Le pareti interne, sotto gli strati di intonaco scrostato, mostravano segni strani: linee curve, incisioni che non avevano nulla di decorativo. Sembravano lettere o frammenti di un disegno più grande.
Da giorni lavorava sola, con i rumori della città che filtravano appena.
Il legno scricchiolava, le vetrate tremavano per il vento.
A volte le pareva che il padiglione rispondesse ai suoni, come se respirasse piano, ritmicamente.
Quella mattina, mentre rimuoveva una lastra di specchio incrinata, qualcosa cadde dietro la parete con un tintinnio metallico.
Un piccolo medaglione di bronzo: sembrava antico o perlomeno molto vecchio.
Lo raccolse. Raffigurava un occhio inciso, stilizzato, con un minuscolo foro al centro.
Sul retro, una parola consumata: POLIFEMO.
Lo tenne stretto nel pugno.
Quel nome l’aveva già sentito.
Nel pomeriggio, un uomo si presentò alla porta del cantiere.
Divisa scura, taccuino in mano.
«Tenente Matteo Ricci,» disse. «Comando dei Carabinieri di Arezzo. Mi hanno detto che qui lavorava Lucia Caselli, anni fa. È parente sua?»
Serena alzò lo sguardo.
«Era mia nonna.»
«Allora abbiamo qualcosa in comune,» rispose lui. «Mia madre la conosceva. E pare che entrambe siano finite dentro la stessa storia.»
«Quale storia?»
«Quella che la città ha dimenticato. O ha scelto di dimenticare.»
Il tono di Ricci era calmo, ma lo sguardo no.
Indicò il medaglione. «Posso?»
La luce del pomeriggio si rifletteva sul metallo, proiettando un cerchio luminoso sulla parete.
«Dove l’ha trovato?»
«Dietro lo specchio.»
«È un simbolo antico,» disse lui. «Compare in diversi luoghi della città, spesso nei sotterranei. Lo chiamavano l’Occhio di Arezzo. Ma nessuno sa chi l’abbia inciso per primo.»
«Forse qualcuno che non voleva essere dimenticato.»
Ricci sorrise appena.
«O qualcuno che sapeva che la verità si nasconde meglio sotto le luci più forti.»
Serena chiese se dovesse comparire in caserma per qualche motivo.
Il militare rispose con calma glaciale:
«No, signora. Questa non è un’indagine ufficiale. È un’investigazione… ufficiosa, direi personale.
Si tenga disponibile, ma soprattutto non ne parli con nessuno. Si riferisca a me, e soltanto a me.
Mi lasci il suo numero di cellulare per ricontattarla.»
La sera, le prime prove delle luminarie trasformarono Arezzo in un labirinto di bagliori: proiezioni colorate sulla facciata del Comune e la stella cometa che si accese sul sagrato del Duomo.
Dalla terrazza del padiglione, Serena osservò la piazza riempirsi di voci.
Il riflesso delle luci scivolava sui vetri come acqua e, per un istante, giurò di vedere qualcosa muoversi dentro lo specchio incrinato:
una figura, forse, o un’ombra.
Si avvicinò.
Lo specchio tremò.
E nell’increspatura del vetro, vide il suo volto confondersi con quello di un’altra donna.
Sua nonna.




