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mercoledì, Dicembre 17, 2025
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Due scuole di pensiero

Un’intensa riflessione di Sabina Sabrina Crivellari sul legame tra genitori e figli, tra riconoscenza, amore e il tempo che passa

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“Ci sono due scuole di pensiero su come i figli dovrebbero comportarsi con i propri genitori quando questi diventano anziani.

La prima, quella che sento mia, dice che un genitore dà tanto — a volte tutto — e quando si indebolisce non chiede molto:
solo una carezza, una visita, una voce che lo raggiunga al telefono.
Non per dovere, ma per amore, per gratitudine.
È un gesto d’amore che chiude il cerchio della vita.
Quando siamo piccoli, sono loro a tenerci la mano; quando diventano fragili, tocca a noi stringerla a nostra volta.
Non è un sacrificio, ma un privilegio:
restituire , almeno in piccola parte, ciò che abbiamo ricevuto, anche solo con la presenza.

Donare è così bello!!

La seconda scuola di pensiero, invece, dice che i figli non appartengono ai genitori:
sono della vita, devono pensare a se stessi, alla propria famiglia, al lavoro.
I genitori diventano un capitolo chiuso, come se il passato fosse una valigia da lasciare per strada o un’eco lontana.
È la visione moderna dell’autonomia a tutti i costi — ma anche, in certe civiltà antiche, una consuetudine.
C’era chi gettava dalla rupe gli anziani che non riuscivano più a essere utili alla società, e chi, nelle tribù nomadi, sceglieva di allontanarsi volontariamente per non pesare sul gruppo.
Eppure, moltissime altre popolazioni veneravano, e venerano tuttora, l’anziano, perché ha tanto vissuto e tanto sa!
In fondo, in tutte le epoche, il risultato è lo stesso: la solitudine dei genitori e il rimpianto, troppo tardi, dei figli.

Io sono figlia di divorziati.
Sono stati tra i primi a sciogliere la loro unione, appena passato il divorzio.
Dei pionieri.
Due bravissime persone ma tanto diverse:
come la luna e il sole.

Mio padre viveva ad Alassio: lo chiamavo ogni sera, alle otto in punto.
Era il mio modo per restargli accanto, anche se la vita ci aveva portato lontani.
Con lui c’era ancora un filo di dialogo, un affetto radicato ma permeato da una patina di anaffettività — sembra un controsenso, ma non lo è.
Rimasto orfano a quindici anni — suo padre, maresciallo a Isonzo sul Garda, fu mitragliato per errore dagli alleati il primo giorno dopo la fine della guerra — fu affidato a uno zio scapolo, mentre sua madre per mantenerlo, dovette trasferirsi da Isonzo a Milano come perpetua in un seminario.
Crebbe così con un carattere poco espansivo.
L’amore per me, però, l’ho sempre avvertito, sotto la brace, c’è sempre stato.
Mia madre mi confidò più di una volta che, quando lui stava male, chiamava sempre il mio nome:
ero la prima delle tre figlie (ma ha sempre amato anche loro).

Mia madre, invece, viveva all’Isola d’Elba con il secondo marito.
(Per me il mio “papà” era papà, mentre lui era il “babbo”, o semplicemente “nonno”, perché ormai ci aveva accolte come figlie sue, così come aveva accolto i nostri sei figli; non era riuscito a diventare padre ed era vedovo della prima amatissima moglie.)
Chiamavo mia madre, due volte, o tre, a settimana, e ogni volta era un tuffo al cuore.
Col tempo, la demenza — aggravata dal diabete — la rese fragile come una bambina.
A volte mi chiedeva al telefono, o durante le rare visite all’Elba (che per me, con tre figli, un marito molto più grande, tre cani, quattro gatte e altri animali, non era proprio dietro l’angolo):

“Tu chi sei?”.

E io, per farla sorridere, rispondevo:
“Una delle tue tre figlie: la prima!
La più bella, la più brava, la più intelligente.”
Se rideva, capivo che era ancora lì.
Quando non rise più, capii che stava andando via.

Quelle telefonate, apparentemente leggere, erano un filo invisibile che ci teneva unite.
Non c’era più una madre che guidava la figlia, ma una figlia che proteggeva, con una piccola presenza, da lontano, la madre. Cercavo di riempire, anche solo in parte, qualche vuoto della sua mente.
E ogni volta che riattaccavo pensavo che così funziona la vita:
ci si passa il testimone dell’amore, come una fiaccola che non deve spegnersi.

La verità è che nessun genitore pretende riconoscenza: spera solo di non essere dimenticato.
E nessun figlio, se ama davvero, può considerare un peso chi gli ha insegnato a vivere.

Credo che la civiltà si misuri anche da questo: dal modo in cui trattiamo chi ci ha donato la vita.

A volte si aiuta un estraneo o un vicino di casa… perché non farlo con chi ci ha cresciuti e amati come ha saputo o potuto fare?

Scuole per genitori non ne esistono, e la stragrande maggioranza di chi mette al mondo una creatura — lasciando da parte gli animi malati — cerca sempre di fare il meglio che può.

E tu?
A quale scuola di pensiero ti senti più vicino?

A volte basta un gesto, un pensiero, una chiamata fatta col cuore.
Perché, in fondo, solo così — quando il genitore se ne va — possiamo trovare pace: sapendo di aver fatto il possibile per chi ci ha dato la vita e ci ha amati come meglio ha potuto”.

S.S.C.

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Sabina Sabrina Crivellari
Sabina Sabrina Crivellari
Sabina Sabrina Crivellari, nata a Milano nel 1955, si trasferisce a Melzo nel 1990. Membro del “GAM” dal 1997, partecipa a mostre locali esplorando diverse tecniche artistiche: ritratti a matita, dipinti a olio, sculture in argilla e quadri in resina. Ha fondato una galleria d’arte e una scuola di cake design. Il quotidiano Il Giorno ha descritto via Napoli 37 come “la Montmartre di Melzo”. Attualmente, si dedica principalmente alla scrittura.
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